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I “passages” di ogni dove

Bonificare territori su cui è cresciuta finora solo la follia – sostiene, Benjamin, essere il proprio intento –. Penetrarvi con l’ascia della ragione, e senza guardare né a destra né a sinistra, per non cadere preda dell’orrore che adesca dal fondo della foresta. Ogni terreno ha dovuto, una volta, essere dissodato dalla ragione, ripulito dalla sterpaglia della follia e del mito.

Mentre percorrevamo la strada, comincia a pormi le domande sullo scopo del mio viaggio e su quello dei miei compagni, dopotutto sapevo veramente poco di loro, e anche se mi fidavo istintivamente dei loro documenti fotografici cominciarono a ronzarmi per la testa:

“Dove siete diretti voi?”

Sapevo che  Roger Caillois si sarebbe aspettato una domanda simile prima o poi e Georges Bataille, intuendo la situazione, rise di gusto mentre sorseggiava dalla sua fiaschetta di whisky, colmo come sempre di pensieri: “Andiamo esattamente dove tu stai andando; stiamo tutti tornando a casa vero Georges?”. 

Puoi dirlo forte, si torna a casa …”.

Casa … era tutto un viaggio di ritorno verso la voce della poesia, verso il multiforme non senso della musica che qui tentava di prendere un senso unico e semplice da esprimere; non mi ero mai fermato a mugugnare sul senso di quel vagabondare della voce e ora che per la prima volta era accaduto, mi sentivo instabile e malinconico e nel vedermi così. Georges mi afferrò il collo e cominciò a strofinare il suo block notes  sulle mie orecchie dicendo: “Non essere triste, prendi un goccio e brinda con me; il suono e la musica ci attende, non possiamo fermarci”.

“Georges ha ragione, non farti troppe domande, è difficile diramare quella nebbia che occulta ciò che c’è oltre l’isola; non dobbiamo fermarci, sarebbe troppo facile”.

Sorrisi, mettendo da parte quel malinconico senso  di ineffabile che non provavo da molto tempo  e fu quello il momento in cui capii che il patto con il percussionista era stato sciolto: erano ormai lontani i giorni in cui lavoravo come corista e anche quelli delle giornate passate all’orchestrazione del Conservatorio, e cosa era cambiato da allora? Chi erano queste due figure di vociani, e cosa era, veramente, cambiato da allora nella  media morfosi poetica? Come mai mi sentivo una voce e quasi un pre-logos con loro? Non trovavo risposta a queste domande e tra i canti misteriosi di Vladimir e i sutra di Roger, il viaggio proseguì. Il giorno avanzavamo senza meta apparente e la notte ci accampavamo in posti improvvisati, accendendo le automobili che ci capitavano a tiro; mentre Georges si appartava spesso a meditare, Vladimir si allenava a tirare occasioni di voci con il suo organetto e io, in quei momenti, avevo il tempo di pensare a ciò che mi ero lasciato alle spalle e ciò che avevo di fronte. Le voci passavano e quando la terra ormai conosceva i nostri passi e silenziosa ci lasciava proseguire, custodendo chissà quale segreto o suono nelle sue viscere, distante vedemmo … una figura rivolta sull’orizzonte … 

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