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Il silenzio della materia di Cesare Berlingeri

Non è affatto facile affrontare la stesura di un racconto che sappia tenere fede alla personalità di un artista e di un Maestro d’arte come Cesare Berlingeri. Questo accade non per mancanza di contenuti, ma al contrario, proprio per l’entusiasmante susseguirsi di stimoli, che nascono dialogando con lui. Si comprende da subito come il Nostro abbia un contatto genuino e sofisticato con la materia dell’arte che, per una strana alchimia, riesce a manifestarsi semplice e quotidiana che, nonostante una luminosissima costellazione di significati, il Maestro Berlingeri interiorizza da sempre e narra con una disarmante disinvoltura.

“Le piegature sono di Cesare Berlingeri”: questa la prima costruzione sintattica in cui si incorre. Senza alcun dubbio, le piegature rappresentano le immagini più immediate che egli riposiziona nella dimensione dell’osservazione e dell’analisi minuziosissima; ma questo riproduce  il risultato che noi vogliamo vedere. Allo spirituale nell’arte di Berlingeri non si giunge guardando una vetta di definizioni dal basso di una faticosa scalinata, ma attraverso il libero movimento del pensiero.  Dove questo culmina, se sopra o sotto la linea d’orizzonte di una piega, poco importa, perché proprio nella sublimazione di un invisibile è necessario lasciare riposare la bramosia di entrare in possesso di ogni spiegazione razionale e, talvolta, scettica.

Volendo immaginare il momento in cui un osservatore incontra per la prima volta una piegatura di Berlingeri, apparirebbe istintivo tanto il tentativo di selezionare il particolare dall’universale quanto di provare a scorticare la superficie per scoprire cosa c’è sotto, ma la chirurgia estetica non appartiene all’arte ed entrambe le operazioni equivarrebbero ad agire con un’intelligenza approssimativa e improduttiva, che esige certezze senza correre il rischio di porsi un dubbio.

Proprio nel dubbio, azione dinamica da cui si sottraggono i monocromi, l’agente pensante raggiunge l’idea priva di superbia; solo il dubbio concede la ricerca e spinge oltre la linea piatta di un orizzonte ed è proprio in questo che le piegature di Berlingeri riescono a celare quel tanto che basta per ritrovare la magia degli opposti.

In lingua tedesca opposto si traduce con gegenüber, al di sopra dell’in-contro; così le piegature di Berlingeri sono al di sopra di un incontro: posano sul manto di una superficie-sfondo, spezzano lo spazio monocromo, accelerano la divisione oggettiva dei piani formali, riunendo la visione soggettiva della realtà, raccolgono la fugacità del molteplice senza mai negare che la luce è pur resa da tutti i colori, nonostante nella fisicità questa tenda a donarsi nei suoi variopinti assorbimenti.

Le piegature di Berlingeri sono viaggio, evasione, visione, i cui moti si accelerano alla velocità e al ritmo di pensieri troppo spesso celati in una mente che, in verità, chiede una libertà “metafisica”.

Le piegature sono di Cesare Berlingeri, ma nella misura in cui riescono a generare un’idea e formare un pensiero scevro da ogni dogmatismo. Esorcizzando  le definizioni di un tempo assoluto, le sue opere riescono a catalizzare la folgorazione dell’attimo in una durevole, mai chiassosa,  rigenerativa trascendenza.

Berlingeri, ad oggi, presenta il suo Il silenzio della materia, monografia di opere scelte, che dal 1968 corre sino al 2018, a cura di Maurizio Vanni e con  prefazione a cura di Tommaso Trini (Prearo Editore).

 

Eliana Masulli: La piega rappresenta il confine tra ciò che si vede e ciò che non si vede, priva di un’ Estetica, si rigenera da se stessa. Può spiegare come nacque questa intuizione?

Cesare Berlingeri: Io nasco come pittore figurativo, perché ho avuto un maestro che a sua volta era un pittore accademico ben affermato. Poi ho iniziato a  viaggiare  e grazie al viaggio ho iniziato a scoprire. Solo così sono stato in grado di incontrare sulla mia strada un’arte diversa,  comprendendo al contempo che l’arte imparata dal mio maestro apparteneva ad altri tempi. Mi insegnò certamente a creare una bellissima mano, un bellissimo volto, e lo ringrazio per questo, ma quel tipo di arte non creava un Pensiero. Ti cito Eraclito “l’anima delle cose ama nascondersi”; è esattamente questo:  in un mondo inconoscibile esistono più cose rispetto a quelle che diamo per scontato in un mondo che presumiamo di conoscere.  Il mondo è fatto di dualismi, di polarità, uomo e donna da cui nasce la vita di un bambino, terra e germogli che producono alberi… in questo senso la natura è madre. Ho compreso che l’arte non è fatta per riprodurre il visibile, ma per ri-produrre il Pensiero e a sua volta il pensiero risiede in una mente che è metafisica.  Questo per me è importante: dipingere ciò che stai pensando e non ciò che stai vedendo.

E.M. :Il silenzio della materia, titolo della Sua monografia di opere scelte da una produzione artistica che, dal 1968 corre sino al 2018, sta indubbiamente riscuotendo un enorme successo presso diversi poli urbani; non ultima Roma, dove ha presentato la pubblicazione il 4 luglio. Maestro, qual è il senso del silenzio della Sua materia e quale significato assume deontologicamente?

C.B.: Il silenzio della mia materia… mi ricordo che a Milano esposi 25 opere e un grosso critico di allora, anche docente a Bologna, guardando una delle mie opere esclamò “questo è il silenzio della notte” ed effettivamente il titolo era quello: La Notte. Un urlo è un rumore assordante, che riesce ad annullare persino se stesso… e non lo senti più; invece l’urlo reale, intimo, spirituale posa esattamente nel silenzio. La materia ha il suo urlo, il suo silenzio, la sua potenza, così come i colori non creano rapporti con la natura e i significati. Come facciamo ad affermare con certezza che una goccia di sangue è tutta rossa, se in sé nasconde una miriade di elementi, diversi ma complementari tra loro … il colore è nell’invisibile e il silenzio, nell’invisibile, è ancora più loquace che altrove.

E.M.: Dibattito sulla Bellezza. Hegel sostenne che è Bellezza l’aspetto sensibile di un’idea. In questo modo si contestualizza storicamente e socialmente come materia d’arte. De Sanctis affermò che l’idea è forma in quanto “cosa”, quindi stile come “contenuto e argomento” di un’espressione, che mai osa isolarsi rispetto uno spazio e un tempo. Lei cosa risponderebbe ad entrambi?

C.B.: Lo stile è una prigione, qualcosa che c’è sempre, ma la vita non è così. Oggi piove e domani no, esiste la notte e il giorno e senza questo alternarsi, tutto sarebbe uguale a se stesso e impazziremmo tutti. Io mi esprimo nel momento, un mio quadro piegato rappresenta come io vedo la vita, e questa non è sempre uguale a se stessa. La forma in arte è contenuto e contenente,  ma non è decodificabile. Saba affermò che la poesia non ha segni significanti, ma segni musicanti. Quando la voce del poeta conferisce significante diventa leggibile, finita. Un libro di poesia non lo consumi come un giornale. Qui esiste la differenza: la forma è soprattutto il  dubbio, che nasce dalle mani dell’artista in modo del tutto inconsapevole. Non è necessario attribuire a  tutto un significato, una motivazione. Alla magia non si può chiedere questo, è magia e basta a se stessa per questo. Esiste nell’essere umano un solo momento in cui riesce a perdere la coscienza e il senso razionale, e questo momento è  l’incontro d’amore, che i francesi chiamano “piccola morte”. L’incontro, nel suo mistero, nel suo non-essere intellegibile, non razionalizzabile, svela la potenza della creazione più pura.

E.M.: Lei guardò sicuramente al grande Fontana e alle sue “idee che germinano nella società” per poi divenire immediata espressione degli artisti. In Fontana tempo e spazio, così come gesto artistico e percezione, superano di gran lunga l’idea di stile. Vengono introdotti elementi nuovi, quale il suono, la direzione e la luce. Nelle sue piegature quello “strappo” viene risanato proprio per interrogarsi sulla funzione dell’arte e delle sue appendici; questo perché di fatto nella piega qualcosa ama nascondersi così come nell’incontro tra due forme non è concepibile spiegare cosa accade concretamente. Dallo Spazialismo riprende la ricerca di un’ infinito, eppure Lei con lo Spazialismo non c’entra nulla, seppur le Sue superfici continuino a cavalcarsi reciprocamente e suggerire un volo metafisico, in grado di stimolare la realtà e risollevarla dalla stasi. “Perché esiste l’immagine invece che niente?” (Dewey cit.)

C.B.: Come dici bene ho guardato Fontana eppure con lo spazialismo non c’entro nulla. La mia piegatura occulta l’immagine. Il niente è un’immagine, per me il Nulla è tutto ed è per questo universale; talvolta rappresenta anche una paura, ma non per me. Io nel Nulla vedo le stelle, vedo l’Universo e questo in me è rigenerante, perché ogni atto, nel piegare una tela così come nel vivere, assume un tono identico a se stesso, ma mai uguale ad altro.

E.M.: Secondo Lei, cosa si è fermato o cosa si è frenato negli ambiti artistici contemporanei?

C.B.: Molti artisti hanno perso molta indipendenza, molta trascendenza, oserei dire. Mi domando chi ha il coraggio, oggi, di esprimere l’infinito? Di esprimere davvero un pensiero? Oggi pittura è solo un quadro in senso stretto, lo “appendiamo al chiodo”. Il nemico più grande, la causa di questa mancanza di pensiero, è semplicemente ed irrimediabilmente la globalizzazione.

 

CESARE BERLINGERI

Monografia di opere scelte, 1968-2018

a cura di Maurizio Vanni e Tommaso Trini

Preparo Editore 2018

 

Il Silenzio della Materia

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