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Luigi Filograno

Oscure presenze agitano gli ultimi lavori di Luigi Filograno in mostra alla Galleria Ninni Esposito di Bari. Figure, immagini, mitologie e simboli, provenienti da un eclettico bacino iconografico dove convivono i presagi funesti di Goya, le immateriali e seducenti bellezze di Botticelli, l’astrusa pruderie di Dalì, la violenza gestuale di Immerdorff come pure, su differenti latitudini linguistiche, Damien Hirst e Rebecca Horn, Jan Saudek, Robert Mapplethorpe, David Nebreda, Joel Peter Witkin. In altre parole un raffinato Olimpo che aiuta a scrutare la bellezza femminile, a evidenziarne gli aspetti morbosi, che fornisce strumenti per sottoporla a sguardi torbidi, a derive voyeristiche. Sono partiture complesse, come le definisce lo stesso artista, ridondanti, barocche nei riferimenti, più o meno decorative o più intrigantemente asciutte, supportate da tecniche diverse su un terreno ambiguamente elegante tra  fotografia e manualità. Filograno interpreta la pittura con fruttuosa ‘inattualità’, prelevando ed elaborando, operando una pratica di ‘postproduzione’, un colto manierismo gravido di appropriazioni. Un editing translinguistico in grado di tenere insieme eterogenee visioni con un sottofondo dove giacciono sedimentazioni culturali ad ampio spettro. Lascive figure femminili, sottratte a un erotismo da belle epoque, convivono, nella delicata stesura a grafite, con più morigerate silhouette infantili. Licenziose e torve immagini da un femminile già consegnato ad archetipici modelli, diventano versioni aggiornate di una vanitas contemporanea. Teschi, elementi animali o vegetali si stemperano, allora, in liquide sfumature di bianco/nero o in campi in cui si distendono aloni, si addensano macchie che ‘sporcano’ sapientemente i cupi contesti. Si accompagnano a reperti mitologici, quali una Leda scortata dal perverso e divino cigno d’ordinanza che appare in più versioni, compresa quella che prevede una colta incursione nella Olimpia di Manet. Sagome di donna siglate in pose sfacciate, nel sarcasmo pungente di icone espressioniste, fiere e crudeli, che si innestano a figure maschili, costrette in arditi volteggi o riassunte in metaforiche polluzioni floreali. Molti però anche i richiami al presente, alle inquietudini di una contemporaneità che rientra con circoscritti indizi, per esempio nelle innocue cavie da laboratorio o nelle tracce di crudeltà domestiche, affidate a sensuali scarpe rosse, assurte di recente a simbolo della violenza sulle donne. Compresse in equilibrate contrapposizioni, le figure maschili sono, invece, quelle più vicine alle precedenti produzioni dell’artista, delle quali mantengono echi delle sospese e fluttuanti immersioni nello spazio, già sperimentate in passato, o si sorreggono vicendevolmente, a cercare un possibile approdo. Più perturbante è l’uomo nero, con il titolo in inglese, Man in black, che, strizzando l’occhio al blockbuster hollywoodiano, attutisce l’allusione alle spaventose creature delle favole. L’uomo nero si muove su polittici, schermato da mascherine protettive, armato di torce per illuminare corpi di donne smaterializzate, ormai simulacri mistici come l’aulico sfondo dorato che impagina la composizione e rimanda a un estetismo dall’aspro retrogusto vintage.

 

 

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