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Open Air Conditioned di Clemens Behr

Prendi il classico non luogo, una di quelle zone di frontiera non del tutto campagna e non ancora città dove il verde costeggia il cemento e le costruzioni gareggiano con la vitalità della natura. Aggiungi villette, opifici e, preceduto da un metafisico parcheggio, un supermercato: il tutto condito da un’arteria extraurbana che faticosamente si fa strada in una periferia. Nessuno degli ingredienti di rito nella cronaca nera del degrado manca all’appello. Né potrebbe essere altrimenti in un paese come il nostro, in cui la cultura del costruire ha divorziato dalla tutela del paesaggio e il silenzio della collettività, non si capisce se motivato da pigrizia, ignoranza o – il che è anche peggio – da ragioni opportunistiche, è lo sponsor principale dell’orrore. 

Quale perciò la mia sorpresa quando, in occasione della collocazione di una scultura di Clemens Behr nell’immane rotatoria al centro dello spazio che non senza disgusto ho provato a evocare, ai confini della Ragusa del Barocco e di Montalbano, un furioso dibattito ha animato le pagine di Facebook e della stampa locale: articoli e post al vetriolo in cui, tra una petizione e un insulto, legioni di giornalisti e comuni cittadini hanno improvvisamente scoperto una sincera vocazione alla critica e all’impegno. 

Clemens Behr, Open Air Conditioned, rotatoria Ragusa, 2019

Cito, alla lettera, alcune prese di posizione: “Ruspiamola subito!”. “La bellezza non si cerca. Arriva come uno schiaffo inatteso, una vertigine e il mondo intorno che gira sul perno del tuo stupore (Cit.). Purtroppo nessun stupore!”. “È un cantiere o un deposito?”. “Per me è horror puro, monstruositas senza meraviglia!”. E via di questo passo. 

Comunque sia, il fatto che l’opera abbia suscitato svariate impressioni – addirittura elucubrazioni estetiche sul logos e il caos – lascia davvero ben sperare. 

In tempi di estetizzazione totalitaria, in cui dovremmo chiederci chi ci salverà dalla bellezza che in tanti perseguiamo ma nessuno sa trovare, tali commenti sono la prova che il lavoro dell’artista, conosciuto in tutto il mondo per le sue creazioni ottenute con oggetti di recupero, sia riuscito a immettere una ventata d’aria fresca in un ambiente un po’ stantio. 

Per farlo, non si è certo limitato ad aprire le finestre; l’istallazione richiama infatti sin dal titolo – Open Air Conditionated – i canali in cui l’aria, convogliata a forza, attraversa le pareti delle case in un duplice senso, da un lato per riscaldare, dall’altro per raffreddare, realizzando un commercio, uno scambio che ben si addice a un collettore posizionato lungo uno snodo di energie. 

Solo che, mentre negli impianti domestici i tubi, come nel corpo le vene, sono coperti da uno strato di materia, nella scultura di Behr non vi è nulla di nascosto che non venga svelato: i componenti il suo lavoro – vecchie condotte di areazione di uno stabilimento industriale dismesso, trovate e assemblate in chiave futuristica – sono chiamati a dialogare col cielo e il deserto urbano circostante come una nuvola in fermento. 

Un dialogo non solo plastico ma sonoro – mi riferisco alla pioggia battente e alle folate di vento – e persino visivo, dal momento che, per alleggerire la tensione delle masse e dare un tocco di giocosità all’insieme, l’artista accosta superfici chiare e scure secondo un disegno regolare che conferisce all’installazione un “effetto Cubo di Rubik” – altri potrebbe definirlo “effetto Lego” o “effetto Transformers” – decisamente in linea con la sua produzione più recente.

Struttura modulare, aperta in uno spazio circolare, “Open Air Conditionated” prova così a coinvolgere tutti, compresi i bambini, muovendo gli sguardi verso luoghi in precedenza sconosciuti e sollevando domande sull’habitat umano, sull’identità urbana, sul bene comune di oggi e domani.

Il progetto si rivela insomma tanto felice nei risultati quanto complesso nella ideazione, avvenuta in seno al Festival internazionale di arte pubblica FestiWall: una prima versione della scultura era già stata approntata per FestiWall 2018 all’interno di un ex lanificio, e solo successivamente, con gli opportuni adattamenti, si è deciso di trasferirla presso uno spazio aperto, inaugurando nel luglio 2019 la quinta (e ultima) edizione della rassegna.

La scelta di Behr come ponte fra i due eventi, ha spiegato il direttore artistico di FestiWall Vincenzo Cascone, non è avvenuta per caso: “nel solco delle precedenti edizioni, in una mappatura della città che procede per visioni, generi, stili e tecniche diversissime fra loro, questa installazione sintetizza e sviluppa a pieno l’obiettivo del nostro cantiere a cielo aperto: riflettere sul degrado delle periferie, sull’emorragia di cemento che ha caratterizzato la compulsiva espansione urbanistica del capoluogo ibleo, e utilizzare l’arte come connettore sociale, cercando e stimolando il dialogo con e tra i cittadini, attraverso dei varchi, dei punti di rottura concettuali, al di là dei canoni bello/brutto, utile/inutile, senza inseguire il plauso della comunità. La scultura di Clemens è tra gli esempi più avanzati e interessanti di questo percorso, sia perché utilizza l’esistente come spazio percettivo, incastrandosi con le forme (per certi versi alienanti) della viabilità urbana e offrendosi plasticamente agli spettatori in movimento, sia perché ha già creato attorno a sé una narrazione, un confronto di opinioni, tra giudizi attenti –  nutrimento essenziale del Festival – e pregiudizi di chi, scambiando l’arte per arredo urbano e negando qualsiasi leva estetica ad opere che non siano ‘rassicuranti’ o conformi al proprio sentire, ha proposto il ritorno allo status quo, l’abolizione tout court del lavoro”.

Si giungerà a tanto? Speriamo di no. Composta com’è di scarti dissepolti, l’installazione è già morta una volta: perciò non può sparire. Perciò proseguirà a stupirci coi suoi rami di metallo mentre Madre Natura – non a caso l’artista ha suggerito di aggiungere vegetali tipici della campagna ragusana ai piedi del complesso – erode nel tempo le reali mostruosità dell’uomo e riconquista, lentamente ma inesorabilmente, ciò che da sempre le appartiene.