home Interviste, Recensioni Persistence is all: intervista a PIA Studio

Persistence is all: intervista a PIA Studio

Poche ore prima dell’incontro pomeridiano con gli studenti, faccio visita a PIA Studio e ai suoi fondatori Jonatah Manno, artista, e Valeria Raho, curatrice indipendente. Il tempo dell’intervista esitava a terminare, mentre gli artisti e i curatori che frequentano lo spazio cominciano a prendere posto intorno a noi, sfogliando i cataloghi e i volumi di cui dispone la sua biblioteca. Un’immagine, questa, che ho avuto modo di osservare più volte partecipando agli incontri del suo programma di sulle arti visive e cultura contemporanea. Il programma didattico di PIA mira a calibrare conoscenze teoriche e discipline di progetto con l’obiettivo di fornire un’informazione fluida e puntuale sul panorama internazionale, senza tralasciare la storia dell’arte. Da PIA Studio artisti e curatori in formazione sperimentano e sviluppano la loro ricerca espressiva utilizzando lo spazio per incontrarsi e discutere, progettare condividendo il proprio approccio. Periodicamente lo spazio organizza dei blitz, della durata di poche ore, in cui l’artista ospite è invitato a performare. Un’ulteriore possibilità di indagine tra la vasta gamma di strumenti messi a disposizione dallo spazio ma anche un’occasione per aprire le porte al pubblico. Informazione, dialogo, ricerca, formazione sono tutte parole chiave che fanno di PIA Studio un concreto luogo di senso.

Eliana Masulli: PIA Studio, uno spazio di esigenze e di urgenze comuni, declinato secondo tutte le sfumature di una ricerca sulle arti visive contemporanee. Come è nata questa idea?

Jonatah Manno: È stata un’intuizione che ho condiviso con Valeria, sulla spiaggia, durante i miei ritorni in Puglia. Al tempo vivevo a Berlino. Questa idea è nata spontaneamente, direi viaggiando. Ho avuto modo di osservare gli spazi e i luoghi in cui si utilizzava una didattica molto dinamica e profondamente formativa per l’arte contemporanea. Io sono un artista e ho frequentato diversi programmi di residenza in Italia e all’estero, soprattutto in America. Ho vissuto queste esperienze come realtà necessarie per il percorso di un artista, in senso pieno e completo. La formazione è trincea e il metodo americano include un approccio ‘sportivo’ e ‘muscolare’ verso la produzione artistica. Qui a Lecce l’idea si è concretizzata in uno spazio fisico, PIA, dove in maniera dialogica e con una modalità inclusiva, lavoriamo sulla formazione intesa come un canale in cui circuitano artisti, ricercatori, studenti. Uno strumento di informazione che mancava sul territorio. Oltre alla didattica teorica, abbiamo pensato di creare internamente un laboratorio in cui potersi accostare in maniera attiva alla genesi di un lavoro e, al contempo, dove poter disporre di un supporto tecnico in grado di accompagnare tutte le fasi di un processo creativo e artistico. Il proposito è anche quello di colmare le mancanze che lo studente eredita dai programmi ministeriali, dunque di fornire loro gli strumenti per comprendere e parlare il linguaggio contemporaneo delle arti visive, abbracciando tutti gli ambiti dellacultura.

E. M.: PIA decide di situarsi in quartiere S. Pio. Più volte qui a Lecce si è sentito parlare di una retorica sulla periferia, parafrasata come un luogo di sfida in cui diffondere arte e conoscenza. Allora vi chiedo, se può ancora parlarsi di una “periferia” e laddove ne esista una, come luogo più mentale che fisico, in che misura PIA prova ad accorciare queste “distanze”?

Valeria Raho: Trovo che la retorica sulla periferia sia obsoleta. Il centro è il luogo in cui ci si posiziona. PIA è uno spazio dedicato alla formazione sul contemporaneo per artisti e curatori svincolato dalle latitudini. 

E. M.: Come si realizza un blitz e cosa rappresenta per voi questa “formula”? 

V. R.: Un blitz è una formula di occupazione temporanea di uno spazio che si presta ad una trasformazione. Può abbracciare diversi linguaggi: dalle immagini in movimento, alle arti performative passando per i live set. Quello che il nostro studio mette a disposizione è un framework, una struttura condivisa in cui è possibile anche realizzare dei test per progetti installativi. O nuove produzioni, come è stato per Vabianna Santos. Queste modalità di restituzione ci permettono di non incastrarci in situazioni stagnanti e presentarci sempre in maniera inedita

E. M.: La sovrapproduzione, estesa in ogni ambito, disincanta quel “mondo dei sogni” di cui parlò Walter Benjamin. Il risultato che spesso si ottiene è quello di disorientare l’Arte come luogo di senso e l’osservatore come destinatario di quello stesso senso. Mi chiedo e vi chiedo, tra le diverse utopie di massa, rispetto a ciò che avete modo di osservare lavorando soprattutto con giovani artisti, quale potere detiene attualmente l’arte?

J. M.: Per quanto mi riguarda l’arte rappresenta un linguaggio e in quanto tale deve essere appreso e nutrito. Penso anche ad una forma di allenamento, in cui la conoscenza va di pari passi con la crescita della persona. Intravedo, in tal senso, una via di fuga prospettica: ciò che viene proiettato non è solo l’opera conclusa ma tutti gli sguardi che convergono su quell’opera; tutte le potenziali possibilità di significato che cooperano al pensiero, che contribuiscono a costruire, a loro volta, la vocazione di un intero processo creativo. Seppur si assiste ad una sovrapproduzione, come in tutti gli ambiti della nostra società, non è mai fine a se stessa. 

E. M.: Con Giulio Squillacciotti avete proposto una riflessione molto acuta sulla realtà come testo e sull’immaginazione come pretesto, ovvero sulle modalità con cui il pensiero elabora intimamente una creazione. Avete saputo indagare in che modo un processo creativo muove da uno spazio intimo e privato per poi esporsi e manifestarsi del tutto. Secondo voi, quando l’arte è in grado di rendersi “pubblica”?

V. R.:Esiste un momento per dare struttura alla ricerca e un momento per confrontarsi con un pubblico. Quello che cerchiamo di trasferire ai partecipanti del nostro programma di studi è la necessità di questa azione. Giulio, durante il talk, ha sottolineato come il lavoro dell’artista sia scandito da tempi tecnici difficilmente risolvibili in una deadline. Spesso – sempre per citare Giulio – è necessario aprire una porta secondaria per avere la giusta prospettiva e punto di vista su una storia o un tema. Il lavoro artistico o curatoriale procede anche per tentativi: include pause, retro front, sprint finali in vista di un traguardo o di un obiettivo a breve o lungo termine. PIA lavora sulla formazione e su tutti gli aspetti che precedono l’esposizione, non promuoviamo personali o collettive. É un’attività fuori dai nostri interessi. 

J. M.: Quando decidiamo di rendere pubblico un evento cerchiamo sempre di comprenderne l’utilità, sia per chi viene ospitato da PIA sia nei confronti degli studenti stessi, al fine di informarli e formarli ulteriormente. È una necessità che muove dall’urgenza di essere riferita e non solo goduta.

E. M.: Volendo sollevare una provocazione, a quale richiesta risponde oggi un “prodotto culturale” e cosa conferisce validità e utilità sociale a quel “prodotto”? In che misura accade un incontro tra esperienza individuale ed esperienza sociale?

V. R.:Un prodotto culturale risponde perlopiù a criteri di comfort e di intrattenimento: lo dice la parola stessa. Le attività che catturano la mia attenzione non rispondono a un trend che è sempre l’esito di un addomesticamento. Ritengo che l’arte come esperienza sociale debba creare i presupposti per dar vita a un tipo di esperienza tutt’altro che consolatoria nei confronti della vita.

J. M.:  Secondo me è necessario fare una distinzione. Storicamente molte opere d’arte furono in principiouno scarto, uno strappo in avanti rispetto al periodo storico in cui vennero prodotte. L’industria culturale ha sempre avuto giustamente interesse a mercificare l’opera e in qualche modo ha contribuito a renderne immortali alcune. Quindi non sempre quasi mai l’artista è responsabile del destino del proprio operato. Altrettanto scarse sono le occasioni in cui il mercato ha sostenuto il lavoro di un artista esclusivamente per il valore culturale che rappresentava.

E. M.: Penso a Camus quando affermò che “se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe” , e poi continuo a sorridere quando Beuys accennò alla “scultura sociale” e ad un “individuo plastico”, intesi come processo e buon auspicio di una necessità di educare alla libertà; Heiner Stachelhaus disse a tal proposito «con la scultura sociale Beuys supera il ready-made di Duchamp. Infatti non gli interessa più il rapporto museale, ma quello antropologico. La creatività è per lui una scienza della libertà». Sorrido perché mi chiedo se è stato realmente compreso questo aspetto.

V. R.: La scultura sociale teorizzata da Beuys è un concetto estremamente in linea con la nostra visione: si riferisce a un sistema osmotico di competenze e ambiti, tutt’altro che classico, ma anche alla possibilità di accesso a determinati strumenti che favoriscono la libertà del singolo. L’educazione e la cultura svolgono in questo un ruolo centrale. Come board di PIA riteniamo che non si possa prescindere dalla conoscenza per mettere in pratica un linguaggio e che non sempre ad arte risponde arte: per questo nel nostro programma di studi affianchiamo la dicitura cultura contemporanea alle arti visive. Una parola baule che ci permette di abbracciare un sapere molto più vasto, interdisciplinare.

E. M.: Pratica artistica e pratica curatoriale sono due ambiti colpiti dalla precarietà. Il dibattito che si svolge sulla sottile linea posta tra una scelta di autonomia e una sua regolamentazione è un problema solo legislativo? Come equilibrare bisogni e prospettive tanto degli artisti quanto dei curatori e, in merito a questo, le esperienze all’Estero, una indubbia risorsa di apertura e di crescita, come vengono percepite da uno sguardo “italiano”?

V. R.:Il problema del riconoscimento del lavoro culturale è una tara tutta italiana. In ambito internazionale esistono strumenti legislativi concreti – penso alla Francia ad esempio – che permettono a un giovane professionista di strutturarsi e vivere del proprio lavoro. Allargare gli orizzonti e le prospettive di azione può rappresentare un’incredibile risorsa per perseguire i propri obiettivi. 

J. M.: L’eredità culturale italiana rappresenta un’eccezione, paradossalmente è anche fardello ingombrante. Spesso questo provoca uno sguardo e un atteggiamento più statico rispetto ad altre realtà che si sono idealmente affrancate dalla bandiera.

E. M.: Per concludere, valore materiale e valore immateriale dell’arte come dialogano nella realtà di PIA?

Laboratorio a cura di Riccardo Arena

V. R.:Valore materiale e pensiero dell’opera entrano in contatto da PIA nel momento della discussione collettiva. Il nostro programma di studi è fondato sul dialogo. Non esistono gradi di separazione tra board e studenti. Oltre a Raffaella Quaranta e Viviana Cangialosi che fanno parte del nostro staff di lavoro, siamo supportati da una rete di professionisti e artisti su larga scala. Che siano a New York o su un’isola del Mediterraneo, ciò che condividiamo è la stessa visione del contemporaneo e la centralità del lavoro, culturale e artistico. PIA è uno spazio fortemente esperienziale: cerchiamo soprattutto di favorire gli incontri. Creiamo un ponte di possibilità lavorative e di studio affinché ogni partecipante possa davvero trovare la sua strada come artista consapevole di un giardino che ha scelto di coltivare.