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Sohail Karmani, gente di Sahiwal

C’è un linguaggio dell’evidenza che si impone in queste immagini. Un linguaggio limpido, inequivocabile, quasi tangibile che restituisce l’immediatezza e la vitalità di una natura umana feconda, fatta di volti e di corpi cristallizzati in tutta la loro autenticità. Colte da una angolazione realista, queste fotografie sono come finestre che si aprono sulla vita e sul quotidiano: frammenti di istanti, riti e rituali che offrono una rappresentazione intima, ravvicinata e cromaticamente esuberante di una civiltà di stampo rurale in cui prevalgono ancora gli aspetti pratici, concreti, dell’esistenza. 

Si chiama Sohail Karmani l’autore di questa ricognizione fotografica condotta in Pakistan, nella città di Sahiwal situata nel distretto centro orientale di Punjab, meglio conosciuto come il sito dell’antica Civiltà della Valle dell’Indo (o civiltà di Harappa) risalente al terzo millennio a.c. Un progetto di cui sto curando la pubblicazione in un libro – bilingue italiano e inglese – che verrà edito da Skira Editore e che sarà disponibile a partire dal prossimo autunno. 

Londinese, nato e cresciuto in Inghilterra, Karmani è figlio di un conducente di autobus di Londra che lasciò la città di Sahiwal agli inizi degli anni Sessanta. Attualmente risiede ad Abu Dhabi dove è Professore ordinario presso la New York University e tiene un corso di laurea in Power and Ethics in Photography.

Un autore oltremodo sensibile, attratto dalla gente, i viaggi, la strada, la fotografia documentaria e capace di tradurre la forza dell’immagine in entità accessibile al grande pubblico. Le sue fotografie indubbiamente generano grande coinvolgimento emotivo con lo spettatore proprio per il dialogo vicendevole che in maniera così naturale sanno instaurare tra il soggetto e l’oggetto, tra chi guarda e chi è guardato. Poesia concreta che nel reale e nella relazione con il reale sprigiona tutto il suo magnetismo e la sua forza attrattiva. 

È facile, soprattutto se non si è mai visitato il Pakistan, indugiare nello stereotipo di un monolite culturale schiavo di estremisti e militanti e intollerante verso gli stranieri, specialmente gli occidentali. In realtà il Pakistan è un Paese dalla straordinaria molteplicità, certamente pieno di contraddizioni ma anche di incredibile umanità. Nel cuore della città di Sahiwal per esempio vi si può trovare una chiesa anglicana non diversa da quelle che si vedono nei villaggi della campagna inglese. E non troppo lontano da lì si trova “heera mundi”, il vivace quartiere a luci rosse. La città è anche sede di una nutrita comunità cristiana formata da dodici confessioni diverse ognuna delle quali convive a strettissimo contatto con i quartieri sunniti e sciiti. Nonostante la sua cultura conservatrice di fondo, non è raro vedere uomini travestiti (“kusreh”) che si mescolano, magari in un bazar affollato, a uomini con la barba lunga e donne che indossano il burka. 

Nulla di tutto questo può far pensare che il Pakistan sia una sorta di paradiso liberale in stile scandinavo; non vanno infatti tralasciate le importantissime questioni relative alla sicurezza che affliggono il Paese. Si tratta invece di sottolineare che al di là di luoghi comuni e generalizzazioni, quella pakistana è una società molto complessa in cui ancora esistono forme antiche e arcaiche non contaminate dalla cultura industriale e in cui è possibile incontrare le persone più amorevoli e ospitali di sempre. Un lavoro che non ambisce a raccontare in maniera completa e definitiva l’intera società sahiwaliana ma che vuole piuttosto essere un tributo alla bellezza, al calore e allo straordinario spirito di resilienza della gente del posto. 

Forse in un presente in cui siamo bombardati da così tante immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che ci passa davanti agli occhi anche solo per un attimo, in cui anche la memoria sembra essere ricoperta da strati di frantumi di rappresentazioni, varrebbe la pena tornare a pensare per immagini. Restituendo alla fotografia una forma ben definita e memorabile. Restituendo alla fotografia una fotografia che indaghi l’esistere dell’altro, l’uomo e le sue necessità, le diverse culture e il loro quotidiano. Una fotografia che renda possibile recuperare ciò che il nostro spirito ha di fondamentale: la dignità.