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Time out: intervista con Luca Pozzi

Frugando il massiccio sistema informatico, può capitare la notizia, e forse la sorpresa, sul colore dell’universo, decisamente opposto all’aspetto maturato nel nostro immaginario collettivo, dato che la sua parvenza sembra essere un bianco sporco, calcolato sulla media della luminosità trasmessa dai corpi celesti, il cui valore esadecimale RGB è #FFF8E7, ribattezzato dai suoi scopritori Karl Glazebrook e Ivan Baldry Cosmic Latte, per quella corposa serie di richiami fisici e storici (dalla schiuma del cappuccino, cui sembra avvicinarsi la tonalità, al parallelo con la Via Lattea, al gradimento del fonema italiano per celebrare, grazie a Galileo Galilei, la nascita dell’astrofisica moderna) propri di questa identità.

Questa copiosa quantità di input percettivi, scientifici e, perché no, filosofici, introduce adeguatamente la figura di Luca Pozzi, visual artist e mediatore interdisciplinare, attualmente in mostra a Roma con Degrees Freedom presso la galleria Contemporary Cluster, spazio che sembra condividere il medesimo spirito di ricerca e ibridazione dell’artista. Nella sua prima personale nella capitale, Pozzi dialoga con gli apparati tardomanieristi del Palazzo Cavallerini Lazzaroni, sede della galleria, in una piacevole e diacronica offerta metalinguistica; la ricchezza di argomenti offerti, nonché la stratificazione dei piani mediatici e formali della mostra, hanno contagiato chi scrive e convinto a tentar di offrire anche nella struttura dell’intervista, questa pluralità lessicale.

Luca Sposato – fingendo di non poter godere della percezione visiva, come me la descriveresti questa mostra? Cosa dovrebbe offrirmi?

Luca Pozzi – prima di tutto un’esperienza che di solito alla nostra scala quotidiana è assolutamente preclusa, cioè un’esperienza di distorsione dello spazio e di distorsione del tempo. Entrando in questa mostra si ha l’impressione di fluttuare nello spazio, dato che ti trovi in prossimità di buchi neri e uno-due secondi passati in quell’ambiente corrispondono magari a due settimane fuori da quella stanza. Il discorso si basa sull’idea che tutto quello che ci circonda sia un tessuto dinamico, che in presenza di corpi oppure di un grande numero di informazioni, questo tessuto si distorce sempre di più; maggiore è la consistenza del corpo, maggiore sarà la sua distorsione. Inoltre nelle zone limitrofe di questo soggetto, che può essere una persona, può essere una pianeta, può essere un hard-disk, può essere qualsiasi cosa, lo spazio e il tempo cambiano e quindi la nostra esperienza della stanza dello spazio e del tempo cambia di conseguenza.

LS – tu as parlé d’un contexte expérientiel, j’aimerais comprendre s’il y a une intention d’amener le spectateur à être une œuvre, en réfléchissant d’abord aux théories de Nicolas Bourriaud sur l’art relationnel.

LP – plus que toute autre chose, être un connexion: dans le sens où l’espace est expérientiel, riche en présupposés de connexion, les informations et les approches abondent. Il y a des fresques du 17ème siècle, il y a ces sols de collage numérique, il y a une table de ping-pong, même interactive, où les gens peuvent jouer s’ils s’habillent d’une certaine manière. Au lieu de ne voir le spectateur que comme un observateur externe, j’ai aimé l’idée que c’est lui qui reliait ces points pour trouver ses relations dans l’espace.Certainement, l’affichage, l’exposition elle-même, relève du niveau relationnel, mais c’est un niveau que j’ai vécu avec la communauté scientifique, c’est en amont de l’exposition, c’est-à-dire qu’il crée les exigences mêmes des caractéristiques de l’installation. En termes d’art relationnel, je suis intéressé par le fait que certaines connaissances, certaines suggestions, pour arriver à l’installation finale, ne viennent pas seulement de moi, mais aussi de la rencontre et de la conversation que j’ai tissées avec des chercheurs en physique théorique et expérimentale ces dernières années, plus tard, comme une sorte d’effet domino, cette relation personnelle s’étend également aux personnes qui voient et vivent l’exposition.

LS – 完全接受任何维度都是禅宗的反映

LP – 在場而不在場。我經常直覺地發現與冥想的關係,在靜止不動的情況下移動的想法,並且一言不發地說出一切。

LS – viene spontanea una domanda sul Cinema: mi vengono in mente quel momento eterno e continuo nella scena finale di 2001: Odissea Nello Spaziodi Kubrick, ma soprattutto Cronenberg, quando in Videodromeaffronta il discorso della Nuova Carne, ovvero di una nostra trasformazione in qualcosa di sublimato in un concetto più elettronico, perché noi diventeremo immortali in quanto presenza continua dentro una Surrealtà, cioè in uno schermo, una dimensione registrata.

LP – come riferimenti cinematografici direi che siamo più vicini forse, però questo non esclude la tua prospettiva, ad Interstellar di Nolan: quando si cerca in qualche modo di immaginare che cosa succede nel punto delle singolarità, dei buchi neri, quando il molto grande e il molto piccolo si trovano compattificati e compressi in un microspazio super denso dove ogni cosa si trova mescolata e fluttuante una accanto all’altra e a volte addirittura sovrapposte contemporaneamente. Poi ovviamente, come dici tu, questo porta alla realtà dello schermo perché quando comprimi tutto si perde la forma, non è che dentro un buco nero trovi una teiera o una penna a stilo, ma trovi le informazioni che compongono tutti questi oggetti in una specie di nuvola fluttuante dove magari addirittura l’informazione si cancella a vicenda, è una sopra l’altra, è come se fosse tutto in trasparenza. Volendo, ispirazione cinematografica c’è anche in Eternal Love, l’installazione a forma di tavolo da ping-pong dove praticamente do la possibilità agli spettatori di vestirsi come un alieno, l’arcaniano visto nel film Men in Black III, che può vivere contemporaneamente nel passato-presente-futuro, in pratica questo personaggio diventa, sdoppiandosi, due momenti dello stesso personaggio da una parte e dall’altra del campo, e quando giocano questa pallina luminescente, perché il tavolo è luminoso ed è sonificato, toccando il campo di uno emette la frequenza di un buco nero, e quando tocca quello dell’altro emette la frequenza di un canto di gibboni, quindi è come se facessi giocare Buchi Neri contro Gibboni ma attraverso le mani e i movimenti di un alieno che vive presente-passato-futuro insieme, quindi una roba un po’ strana!

LS – on the light but profound side of these topics there is a sensitive welcome: recently, you will have seen it too, the first Blackhole image was disclosed. It is interesting to note how much Pop has become, in a short time this photo has upset the thing itself literally becoming something else, it is no longer the image of a black hole, it has become a symbol.

LP –  simplyfantastic. It has almost become an icon, people consider it a bit like the epicenter, the goal, not only in the scientific community, but of all humanity. This is the part that interests me most about this virality: not so much as people enjoy turning Blackholes into other “Holes”!

LS – (ride,n.d.r.) Bhè, questi fenomeni mediatici secondo me non sono così casuali come sembra, esiste una linea di massima che tende a selezionare gli eventi. Questo contributo sul Buco Nero era obiettivamente “sentito” credo perché c’è ancora quel margine di esplorazione, di voglia di Infinito, che in altre casistiche umane si sta forse un po’ esaurendo. Per essere più esplicito: nel mondo dell’Arte visiva, si sta assistendo ad una sorta di saturazione, dal Big Bang Romantico, con la diffusione degli eclettismi, la ricerca artistica ha preso spesso connotazioni interiori e spirituali, dalle molteplici variabili, compensando un caos mistico verso canali di indagine che vanno dal mondo della natura a quello dell’infanzia a quello dell’industria. Probabilmente anche la Scienza Fisica offre all’artista un ruolo, un riappropriarsi di quella voglia d’infinito e d’esplorazione, alla ricerca del nuovo e verosimilmente anche della Bellezza. Sei d’accordo?

LP – dipende. Ci sono diversi approcci e alcuni vanno in direzioni contrastanti, il bello della ricerca è anche questo. Personalmente il taglio, l’osservazione, l’analisi delle opere d’arte li vedo in maniera incredibilmente precisa: dall’Ottocento in poi non sento una confusione nella ricerca, anzi sento un grande allineamento con quello che sono state le Rivoluzioni prospettiche, tecnologiche scientifiche dell’epoca. Dall’Elettromagnetismo di Maxwell, per dire, deriva tutto l’Impressionismo, dalle ricerche sull’ottica deriva Seurat, da come si comporta la materia, i fotoni, all’interno di un campo elettromagnetico deriva la serie delle cattedrali di Rouen (di Monet, n.d.r.), i 31 dipinti che visualizzano come la materia (la cattedrale in questo caso), la superficie dell’architettura si comporta con la luce. Les damoiselles d’avignon sono praticamente simultanee alla Relatività Generale di Einstein, la stagione cubista si apre con la consapevolezza che la rappresentazione non può essere ridotta ad un unico punto di vista, ma che il soggetto è relativo al suo punto di vista. Brancusi che inizia a fare sculture dalle superfici specchianti, perché sa che lo spazio dev’essere inserito nella scultura, che non lo puoi più trascendere, Giacometti che distorce i suoi corpi come se andassero a velocità diverse, poi Pollock che pensa alla pittura come un campo di probabilità … C’è una grande linea di ricerca basata sull’esperienza grande o piccola che sia.

In passato l’arte e la scienza erano unite da un fine quando bisognava costruire una cupola, un acquedotto, c’era proprio una relazione tecnica, tecnologica. Quando si tratta di un’esperienza più astratta, si tenta di dare voce a comportamenti che non vediamo, che sono invisibili non perché non esistono, ma esistono ad altri livelli. Per esempio, quando io vedo il quadrato nero su fondo bianco di Majevic, installato ad angolo su una parete, in realtà vedo proprio questa condensazione e trascendenza anche dello spazio euclideo, di quello spazio che ci viene proprio dalla geometria greca, per aprirsi a delle nuove prospettive, a un nuovo mondo che si stava delineando in quel periodo: la geometria stava cambiando e di lì a poco stava diventando una geometria curva, una geometria fluida, concetto di velocità e curvatura che ritorna anche nel Futurismo a tutto quello che ha portato. Mi interessano questi approcci e oggi viviamo in un periodo in cui tutto questo diventa molto difficile proprio perchè è difficile anche comunicarlo, perciò può sembrare molto confuso.

LS – ecco, introducendo l’argomento sul Tempo, m’interessa particolarmente questo tuo ultimo riferimento all’attuale. Secondo te oggi aleggia una percezione del tempo diversa, distorta, precisa magari? Dal mio punto di vista questa riflessione è una caratteristica molto rilevante per descrivere l’attualità, mi sembra che il presente stia diventando sempre più largo e stia “mangiando” i suoi estremi, i suoi opposti, quindi il Passato e il Futuro. Stiamo vivendo come se questi limiti non esistano, perseguitando sempre di più un’idea del presente. Citando Enrico Ghezzi: «Se una cosa il cinema ci aiuta a dire è che siamo chiusi in un presente che non percepiamo. Mai. Il presente non lo percepiamo mai, ed è l’unico luogo dove viviamo». Praticamente la percezione temporale che si vive adesso è diversa, è infinita, non si vuole mai arrivare al finale, si vuole sempre mantenerla attiva, sempre mantenerla costante. Questo spiega il successo delle serie televisive, ma si può applicare a tutto un universo artistico, a tutto il percepibile.

LP – Assolutamente. In parte credo che questo avvenga per, ancora una volta, entrare nell’esperienza dell’osservatore e dell’attivatore delle possibili relazioni, perché se tu hai un film, lo vedi una sera e lì finisce, poi chiudi quell’esperienza, ne apri un’altra e in qualche modo viene archiviata. Invece nella logica della serie tv, tu tra un episodio e un altro magari parli con un amico della stessa serie che hai visto, cioè, come dire, l’appartenenza alla serie tv si stratifica. E quindi mi sembra un ottimo esempio per come le cose stanno funzionando in generale, ovvero l’idea di non mettere una cosa di fronte ad una persona, ma mettere la persona dentro la cosae farla muovere. Creare un’interrelazione con le cose, che possa essere una serie tv, una lezione che segui online della Princetown University, etc … viviamo proprio al centro di questa ragnatela di narrazioni, di informazioni possibili e sta a te capire quali fili legare e quali invece sciogliere, è il nostro interesse che stabilisce quali sono le strade da intraprendere. Questo è un po’ quello che cerco di fare nella mostra di Roma, cerco di offrire un palcoscenico dove ci sono tante storie possibili, non c’è un’unica storia plausibile. Mi piace molto il dialogo emerso tra gli affreschi del luogo e quelli di Wilson Tour Carraci, metto sullo stesso livello una fotografia che ho scattato mentre lanciavo una pallina da tennis davanti agli affreschi di Palazzo Magnani a Bologna, sulla fondazione della Città di Roma, però … riportata a Roma! Ci sono degli epicentri che aprono finestre su degli scenari possibili che uno può decidere di percorrere come può anche non percorrere, dipende da chi e come vede la mostra, dipende dal suo bagaglio, dipende dal suo interesse. 

LS – trovo molto interessante il tuo utilizzo di certo materiale, quasi una successione dell’Arte Povera, o se preferisci Arte a Buon Mercato, perché effettivamente è una presenza, è qualcosa che come dici tu crea interazione, anche mentale. Osservando le palline da ping-pong o da tennis è inevitabile rievocare sia certe catene di supermercati che le offrono, sia certi momenti ludici, quindi memorie d’infanzia, piuttosto che lo sport, praticato o meno. A proposito  di Arte Povera, ho letto di una tua ammirazione per Alighiero Boetti, forse proprio per la sua relazione con il Tempo: artisti come Boetti o Opalka, due grandissimi incisori,  mi viene da pensare che abbiano maturato questa loro interazione, questa loro fascinazione con il Tempo proprio dalla pratica incisorea, molto rituale, molto meticolosa, lenta, portatrice sana di momenti meditativi, di riflessione. Ti ci ritrovi in questa associazione, e l’Incisione l’hai mai praticata?

LP – No, non ho mai praticato l’incisione ma ti assicuro che tagliare, incollare tutte quelle palline da ping-pong a volte diventa, come dire, un atto ripetitivo, di perfezionismo! C’è un metodo dietro, quei sistemi magnetici con palline da ping-pong sospese le faccio piegando delle barre di alluminio a mano e in realtà nascono come tutte uguali, la stessa dimensione, lo stesso modulo, la stessa proporzione, quindi anche la reiterazione di variazioni possibili da un unico gesto mi interessa, cercare di sondare possibili curvature di un unico modulo. Le curvature sono movimenti del mio corpo, sono tensioni: però la relazione con Boetti, mi interessa più da un punto di vista concettuale, anziché processuale. A me Boetti interessa perché lui sostanzialmente libera il linguaggio e le connessioni del linguaggio rendendo possibili sostanzialmente più significati in un’unica immagine. Quando decompone le lettere negli arazzi oppure lascia soltanto la punteggiatura nei lavori a biro, sono le variazioni caotiche e interpretative che creano nuovo senso, come quando dicevamo del buco nero, contiene Guerra e Pace, però la devi scrivere tu Guerra e Pace se la vuoi leggere. C’è un racconto di Borges, La biblioteca di Babele, dove praticamente devi entrare in una biblioteca che è formata da celle esagonali su tanti livelli, sembra quasi un tesseratto a livello geometrico, e il libro non è che esiste nella biblioteca, dipende da come ti sposti tu all’interno dello spazio che determina qual è il libro. Quindi è nelle potenzialità di percorsi che nasce l’informazione, che nasce la narrazione. Questo lo rivedo molto in Boetti, è questo che mi interessa di Boetti e lo rivedo anche nell’Arte Povera in generale: quando Mertz fa un discorso sulla serie di Fibonacci, trovando una matrice che si traduce, in termini di complessità, dal guscio di una conchiglia alla ramificazione delle corna di un cervo, ritrovo la stessa capacità di osservazione possibilistica. Anche Penone, quando scavando la corteccia risale alla matrice interna all’albero, li rivedo in questi termini, non tanto nei materiali poveri, ma nell’attitudine a decostruire la realtà per liberare la natura dalle sue forme statiche rendendole ancora dinamiche. 

Alla fine DEGREES OF FREEDOM parla di questo, ovvero della libertà di un sistema di generare complessità, di generare nuovi percorsi, e di generare nuove informazioni. Puoi immaginarla, se vuoi, l’installazione come una specie di labirinto cristallino dove ti puoi spostare avanti, indietro, in alto, in basso, ma puoi anche entrare in una dimensione arrotolata e sparire nel vuoto, in qualche modo, e magari teletrasportarti con un wormhole dall’altra parte dell’universo senza quasi rendertene conto, in un batter di ciglia. 

LS – un’ultima domanda, sul futuro: se hai qualche progetto in cantiere e cosa ne pensi delle Accademie e dei giovani artisti, avendo frequentato Brera, credi ci sia bisogno di lavorarci a riguardo? Ha ragione Luca Beatrice a definirli «carini, educati e mosci»?

LP – per quanto riguarda i progetti futuri, sto portando avanti questi capitoli legati alla ricerca chiamata Detector, dispositivi con la forma del rilevatore di particelle del CERN, con queste palline da ping-pong sospese che io immagino come la stessa pallina da ping-pong in momenti diversi quindi come se vedessi un’intera partita in un unico fermo immagine; credo che quello sia un capitolo molto lontano dall’essere concluso, perché le dinamiche interne e le relazione in base alla fisica delle particelle sono formalmente complicate e ricche di biodiversità e di argomenti da approfondire. Simili ad Eternal Love, può darsi che in Cina farò un’installazione, una sala giochi con tanti campi da ping-pong immersi nel buio pensati in questi termini. Poi, un’altra dimensione possibile è aumentare questo dispositivo analogico con un contributo di realtà aumentata: già in passato pochi mesi fa ho realizzato questa installazione che si chiama Mickey explosion,  realizzata in uno spazio fisico, però adesso a mostra conclusa è diventata un ambiente VR, che si può navigare da casa in modalità Google Glass, Google Cardbord, … con i propri cellulari, diciamo. Trovo piuttosto interessante delocalizzare e moltiplicare l’esperienza, non finisce con l’evento, probabilmente anche quella mostra a Roma diventerà un ambiente VR in futuro, la renderò sempre presente, come dicevi tu. Parlando di collaborazioni future, continuerò quella con la INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) con la quale ho realizzato la scultura, in mostra, Dragon’s egg, una scultura in bronzo, quindi una scultura dell’età del bronzo tecnologicamente parlando, tecnica di 5000 anni prima di Cristo, tuttavia equipaggiata di un rilevatore di particelle Muoni: quando una particella subatomica nel suo movimento probabilistico passa l’atmosfera ed interagisce con le superfici della scultura, il rivelatore di particelle che è contenuto traduce l’interazione in luce visibile ed emette un impulso di luminoso. Ti anticipo, poi, che stiamo pensando un’installazione per fine luglio a Torino, per celebrare i Cinquant’anni dello sbarco sulla luna. Non è ancora confermata, ma ci stiamo lavorando.

Per quanto riguarda la frequentazione con l’Accademia, e gli studenti in generale, quello che si dice oggi si è sempre detto in ogni epoca, temo che questo risiede proprio nel panorama dello zoo umano. Non esiste l’”atteggiamento” dell’artista non è l’eccentricità oppure l’imposizione egocentrica o estroversa a determinare cosa è giusto o sbagliato. Personalmente, ho fondato questa piattaforma che si chiama SWAN STATION, che è fatta per collezionare, per connettere esperienze ed opere di artisti miei coetanei ma anche molto più giovani, all’interno di un’attitudine più generica incentrata su un certo tipo di problematiche e di esperienza. Quindi credo che la mia relazione con le nuove generazioni si basi proprio su quello, su quell’integrazione di ricerche, finalizzate, certo, a delle mostre ma che abbiano comunque delle caratteristiche diverse da quella della vetrina. Di recente sono stato invitato in Romania all’università di Cluj, famosa a livello pittorico per la scuola di Cluj, per fare un workshop per selezionare un artista da portare alla Fondazione Bevilacqua la Masa a Venezia: dopo maggio ti dirò qual è stata la mia esperienza diretta!

LS – penso che creerai molta empatia con i ragazzi,  mi piace questa tua idea inclusiva e … progressista?

LP – bhè, non credo nel progresso in maniera lineare, non agisco proprio per un progresso; è più per una necessità, quasi atavica.

LS – per aumentare coscienza, forse: io sostengo che l’artista sia un grado di coscienza, più matura consapevolezza, più è effettivamente efficace. Efficacia vuol dire, appunto, interagire con più persone possibili, aprire un mondo. 

LP – Sì, è un bel modo di vederlo.