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Tutti gli “ismi” di Armando Testa

Potrebbe essere opinabile la decisione di portare all’interno di un contesto museale un medium come la pubblicità, ma se negli anni Sessanta venne accolta a braccia aperte la fotografia e successivamente anche la videocamera, sappiamo già da tempo che ogni cosa è possibile nel mondo dell’arte. Tutto può essere considerato tale se c’è qualcuno che decide di farlo rientrare in un’etichetta i cui confini si sono allargati indubbiamente nel corso dei secoli. Potrebbe quindi sembrare strano entrare in una stanza in cui, appesi alle pareti, vediamo manifesti pubblicitari datati, ma, se li si guarda attentamente e ci si avvicina fino a che la punta del naso non ne sfiora la superficie, è possibile notare che ciò che abbiamo di fronte è costituito da pennellate, antenate primordiali della storia dell’arte.

Allora, forse, non è più così strano avere di fronte lavori come questi, considerati opere d’arte, a maggior ragione se il luogo stesso che le ospita le ritiene e ce le propone come tali. È questa sensazione straniante che caratterizza le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino, che dedicano uno sguardo retrospettivo nei confronti di una personalità come Armando Testa, imprenditore che ha saputo sfruttare le proprie doti creative a favore di un mestiere che negli anni Cinquanta – nel 1956 fonda l’omonima agenzia pubblicitaria – era solo ai primi albori. “Tutti gli ismi di Armando Testa” si apre con uno schermo che ci permette di dare un volto all’autore, il quale parla, con uno sguardo al passato, di ciò che ha saputo realizzare nel corso della propria vita, accompagnato da frammenti di interviste e dei suoi filmati. Il percorso prosegue con la presentazione di alcuni tra i suoi manifesti pubblicitari più famosi, come “ICI” (1937), “Di corsa a indossarlo è un abito Facis” (1954),per poi portarli alla vita nella bidimensionalità di una serie di 35 mm che, in bianco e nero o a colori, che permette allo spettatore di catapultarsi in un passato remoto in cui gli spot pubblicitari, a differenza di come li conosciamo noi oggi, avevano una durata maggiore e presentavano indirettamente il prodotto da vendere, con un lasso di tempo iniziale dedicato alla narrazione di una vicenda intrattenente, finita la quale compariva finalmente il prodotto da comprare: “Facis. Ogni uomo corre contento” (1956), “Miscela Lavazza. La tradizione più antica” (1964).

Ma Testa ha realizzato parallelamente tele di stampo tradizionale, che spesso vanno a cercare un legame con modelli precedenti come Mondrian, deducibile dall’osservazione delle opere in formica colorata con cornici di varia provenienza e datazione, oppure “Matisse danza” (1987). La vera vocazione dell’artista, però, ottiene il maggior riscontro nell’ambito della grafica. Gli anni del Carosello tutt’oggi sono ricordati nostalgicamente da coloro che, quand’erano bambini, attendevano l’orario di cena solo per godersi un sincero divertimento, cosa che le nuove generazioni non possono comprendere, cresciute in un’era in cui i cartoni animati hanno riempito molte ore della loro infanzia. Caballero e Carmencita, dunque, non hanno nemmeno modo di concretizzarsi nelle loro menti. Le due icone col sombrero sono frutto della fantasia di Testa e, in questa sede, ci vengono presentate in 3D, attraverso modellini in gesso del 1965 racchiusi in una teca. Inoltre, un altro schermo prova a far rivivere la pubblicità del caffè Paulista nei fruitori cresciuti con essa, ma allo stesso tempo riesce a divertire gli animi di chi, con occhi innocenti, la vede per la prima volta. Le ultime sale sono caratterizzate da tematiche ben precise, a partire da un appropriamento degli alimenti in chiave ironica, come “L’angioletto” (1982); ad una serie di croci degli anni Novanta identiche nell’iconografia, ma differentemente realizzate; fino ad arrivare alla sala dedicata agli animali, con aquile meccaniche, oppure altri manifesti che nell’elefante, ad esempio, hanno trovato un’icona – “Elefante Pirelli” (1954)– e ad una serie di animali associati e fusi con elementi inconsueti – “Cane randagio” (1972). Quest’ultima stanza, in realtà, è preceduta dall’installazione del famoso ippopotamo Pippo di un blu elettrico che inevitabilmente scompare nel filmato in bianco e nero “Lines, Pippo e i Fantasmi” (1969). L’esibizione antologica si conclude con la famosa fotografia del 1980 che ritrae Armando Testa con una matita inclinata tra naso e labbro superiore, in una smorfia che è in grado di riassumere efficacemente le opere esposte e racchiude in un istante congelato tutti i sorrisi che la sua ironia e il suo umorismo, assieme alla sua capacità inventiva, sono riusciti a strappare alle persone nel corso degli anni.

Tutti gli “ismi” di Armando Testa

Musei Reali Torino – Sale Chiablese 

Piazzetta Reale
Torino

Fino al 24 febbraio 2019