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Echoes Of Hidden Places

Curare una mostra è un’interlocuzione: è cercare una risposta a una domanda oppure, nel caso specifico della doppia personale “Echoes Of Hidden Places” di Jasmine Pignatelli e Patrick Tabarelli, è mettersi nella direzione dell’ascolto di un’eco. Negli spazi della Galleria FabulaFineArt di Ferrara, da sempre impegnata a interrogarsi sulla trasversalità dei linguaggi, si confrontano due artisti che la curatrice Maria Letizia Paiato non esita a descrivere come “visivamente distanti” ma accomunati da un’eco che fa riverberare “territori condivisi”, nella misura in cui “nel serrato dialogo fra le loro opere si cattura il riflesso di un suono comune”. Per chi vuole ascoltare, la domanda specifica che la mostra solleva riguarda la questione della forma, la distanza o la prossimità tra artista e pubblico e la fruizione stessa del prodotto del lavoro artistico contemporaneo, senza fermarsi però a un discorso prettamente estetico, ma investendo anche il piano etico, personale, sociale e collettivo.

Il punto di partenza per un tentativo di lettura è il nero che, con un riferimento ideale a Malevič, viene assunto da Jasmine Pignatelli non come un dato cromatico, ma come uno spazio del pensiero, una coordinata ideale in cui accadono eventi formali ed esperienziali, un infinito che prende coscienza della propria dimensione in conseguenza di un movimento di segni al suo interno. Nel nero di Pignatelli si muovono infatti delle forme vettoriali provviste di direzione e verso, cariche di un dato dinamico, punti di riferimento che generano lo spazio. Il moto incessante di questi vettori viene catturato dall’artista in opere grafiche sembrano dei fermo-immagine: segni neri si profilano su un fondo bianco assecondando le linee di forza di un magnetismo intuito, di una corrente flessuosa, di un flusso di cui non è importante conoscere la destinazione. Parallelismi che descrivono stati di un equilibrio forse temporaneo si affiancano a lavori modulari in ceramica che sono il risultato della convergenza dei vettori verso un unico punto, più incroci che croci, o forse misteriose coordinate sulla mappa di un tesoro. Presentati anche i risultati, inediti finora, della ricerca di Jasmine Pignatelli sull’elaborazione grafica digitale: caleidoscopici strati di plexiglass sovrapposti oppure combinazioni di vettori che formano sistemi stampate su lastre di alluminio rivestito di polietilene in modo da comporre trittici, svolgimenti sequenziali di proiezioni dinamiche di sapore quasi cinematografico. Un grande rigore formale si combina, nella ricerca di Jasmine Pignatelli, con una profonda riflessione umanistica ed etica, a partire da un interrogarsi sul sé, da una ricerca di identità personale e artistica. La domanda sulla direzione, sul posto da occupare nello spazio condiviso, la dicotomia tra individuo e società, la possibilità di trovare un’armonia nel caos, la costruzione di un sistema di segni a partire da elementi minimi, lo studio di come nella connessione si possa creare una relazione e viceversa sono nuclei tematici che originano tutti dalla scelta primaria della terra come materia per arrivare, in futuro, a parlare in senso più ampio di territorio.

Oltre il nero, i colori. Accesi, brillanti, ondivaghi. Patrick Tabarelli espone forme-quadro, prodotti pittorici a tutti gli effetti, capaci però di scardinare ogni aspettativa del pubblico. Tabarelli viene da una pittura di tipo procedurale e continua a operare con il medium pittorico, ma non si considera un pittore. È impegnato infatti, nella sua ricerca, a misurare lo scarto tra il risultato formale ed estetico di fronte cui si trova lo spettatore e i processi, i meccanismi, le metodologie e le tecnologie che vengono impiegati dall’artista per produrre questo risultato. Lavora sullo spazio ideale, sullo scarto culturale del farsi e disfarsi delle forme dell’arte e, per ampliare la distanza tra opera e artista, s’impegna nella costruzione di macchine che dipingono in modo automatico e nella programmazione di software che guidino il lavoro di queste macchine. Il vero oggetto dell’interesse di Tabarelli è il pubblico, la rottura delle convinzioni e delle convenzioni e la messa in crisi delle operazioni di decodifica e di ricezione dell’arte. Lo spettatore si trova così di fronte a oggetti culturalmente definiti, i quadri, che però non sono una porta attraverso la quale arrivare all’artista, al suo mondo interiore, all’esercizio di una manualità. L’artista si allontana dall’opera che non è più creazione personale, sede dell’affermazione di un’autorialità ormai anacronistica, ma punto di snodo di un processo produttivo in cui chi firma è solo uno degli attori, solo una delle leve, solo una delle variabili in campo. Più che la pittura, dunque, il territorio della riflessione di Patrick Tabarelli è l’immagine stessa, ovvero i procedimenti tecnici della sua creazione e i meccanismi culturali di decodifica, con i quali vengono attribuiti significati anche a forme non strutturate. Prima dell’immagine, c’è il segno, la linea morbida che la macchina traccia sulla superficie della tela o sulla carta attingendo a una gamma esigua di colori, inchiostri o acquerelli. Le singole linee affiancate e sovrapposte producono dei pattern, preordinati dall’artista ma aperti all’imprevedibilità del loro farsi meccanico. Tabarelli si avvale della tecnologia per svelare l’ambiguità dell’immagine, la sua evanescenza in un mondo saturo di rumore. Interferenza, disturbo visivo e citazione Optical si combinano per parlare della dimensione impalpabile di un riverbero, in una prospettiva meta-artistica, che riflette sulle possibilità e sui significati stessi di fare arte oggi.

Due artisti e un luogo condiviso – la mostra stessa – da svelare con la chiamata in prima persona del pubblico. “Entrambi lavorano su un campo che contempla la geometria, riconoscendo nel concetto di forma e nella prassi qualcosa di essenzialmente non statico, la forma come metamorfosi di se stessa e creazione in costante movimento”, annota Maria Letizia Paiato. E, tra dove di Pignatelli e il come di Tabarelli, anche il visitatore è chiamato a riposizionarsi, a guardarsi oltre la mostra, a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di un’eco, di un richiamo, di un’esperienza di sé fuori schema, fuori schermo, fuori margine.

Fino all’ 8 aprile 2017

Galleria FabulaFineArt

Via Del Podestà 11 – 44121 Ferrara (FE)

Sito: www.fabulafineart.com; Mail: fabulafineart@gmail.com

Pagina FB: https://www.facebook.com/fabulafineart/; Tel: +39 0532 098935

Orario: Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30. O visite su appuntamento

 

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