home Interviste, Recensioni L’attraversamento dell’orizzonte – intervista a Jonathan Guaitamacchi

L’attraversamento dell’orizzonte – intervista a Jonathan Guaitamacchi

Pennellate di bianco e nero su tele spesso di grande formato delimitano le città invisibili di Jonathan Guaitamacchi che con le architetture intesse da anni un rapporto costante e di fiducia reciproca. Visioni urbane apparentemente inquietanti ma nel profondo rasserenanti in cui il limite, il punto ultimo in cui lo sguardo converge, è occasione, possibilità e speranza dell’oltre. Una vita di spostamenti frequenti, del corpo e della mente, e un’affezione verso la Bovisa, quartiere milanese situato nella parte settentrionale della città, che ci racconta in questa intervista a seguito della chiusura della sua ultima mostra.

Milena Becci: Si è da poco conclusa la tua personale dal titolo Bovisa from ’97 to ’17 allestita all’interno del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano. Qual è il tuo rapporto con la Bovisa e in che modo questi spazi sono entrati nella tua arte e l’hanno influenzata? Cosa è successo nel 1997?

Jonathan Guaitamacchi: Ho voluto fortemente che questa mostra fosse intitolata dal ‘97 al ’17 contrassegnando un ventennio di percorso in cui Bovisa è entrata prepotentemente nella poetica del mio lavoro insieme ai soggetti londinesi, alle periferie sudafricane e a Città del Capo; questi sono i luoghi che hanno definito la mia esistenza e il mio percorso di artista e di cui Bovisa segna sicuramente il mio inizio, il mio start, ma anche una strana e misteriosa alchimia, oltre che un’iniziazione. Esserci tornato è stato un po’ come un ritornare  a casa, vent’anni dopo.

M.B.: Attraverso l’opera Ad Memoriam, ventotto scatti fotografici dell’area realizzati da te nel ’97 e ripresi pittoricamente nel 2017, hai omaggiato il luogo che ha ospitato la mostra. Onorerai nuovamente questo quartiere poiché rimarrà una tua opera permanente in Bovisa. Di che si tratta?

J.G.: È stato come riaprire un cassetto chiuso da anni e riposto da qualche parte che in realtà mi ha sempre seguito nei miei vari spostamenti; una specie di presenza sospesa, un cassetto che sapevo di dover riaprire e questa iniziativa mi è sembrata un’ottima occasione per farlo. Ritornare in Bovisa dopo vent’anni ha significato fare un primo bilancio del mio lavoro. Ora ho deciso, in accordo con il Politecnico, di installare una mia opera lungo la parete di Via La Masa; sarà una sorta di lungo taccuino di viaggio e di lavoro, confuso e nevrotico, che intende ripercorrere i luoghi più significativi di questi anni, dalle Macchine di Bovisa,  alle Metropoli, a British Black, quindi tutto ciò che racchiude questa strana alchimia. Sarà una sorta di corto circuito, sinapsi che circoscrive anche le mie origini.

M.B.:  Definisci i tuoi paesaggi architettonici in bianco e nero su tele di grandi dimensioni un’astrazione prospettica. Che significato dai a queste parole e quanto la tua biografia – i tuoi viaggi e il tuo spostarsi da una città all’altra tra Londra, Milano e Johannesburg – ha segnato il tuo lavoro?

J.G.: Chi mi conosce bene sa che nel mio lungo peregrinare, durante gli anni della formazione, sono stato spesso a contatto con l’architettura e il design, di cui forse l’eredità più tangibile nel mio lavoro è l’osservazione, a volte ossessiva, del modulo ripetuto che appartiene non solo alla visione aerea ma anche strutturalmente ai luoghi più significativi e di stretta parentela con il mio immaginario; penso a Battersea, oltre che a Bovisa, a Soweto e a Mirafiori, alle tangenziali milanesi e alla M25, a Metropoli e a Johannesburg.  Sinapsi vuole essere  una sorta di visione biografica o testamento, il tentativo di dare un perimetro in cui rappresentare tutto quello che ha generato e ispirato il mio lavoro, da quello che risulta più incomprensibile sino alla parte più progettuale. L’astrazione prospettica non è altro che il punto in cui riordinare e scomporre il mio caos,  un modo per allontanarmi e riavvicinarmi allo stesso tempo e, negli anni, una costellazione di segni intorno alla quale gravita il mio  vissuto.

M.B.: Nei tuoi tagli pittorici di luce bianca si possono scorgere vie, fiumi o percorsi della mente che riconducono verso un punto preciso che si staglia all’orizzonte. Dov’è per te quel punto? Cosa persegue nella linea del tuo sentire?

J.G.: In quel punto c’è la volontà di suscitare nell’osservatore quell’attrazione verso ciò che noi tutti  costruiamo e disegniamo, le nostre visioni immaginifiche e forse l’attraversamento stesso dell’orizzonte, andando  oltre l’orizzonte stesso.