home Interviste, Recensioni L’estate del Pecci – Dialogo con la direttrice Cristiana Perrella

L’estate del Pecci – Dialogo con la direttrice Cristiana Perrella

Nominata lo scorso gennaio e scelta fra una rosa di nove candidati, Cristiana Perrella, classe 1965, come sappiamo guiderà per i prossimi tre anni il Centro Pecci di Prato. Nello scorrere le tappe della sua carriera curatoriale, ricca e trasversale (per dieci anni è stata responsabile del Contemporary Arts Programme presso la British School di Roma, ha collaborato con il Museo Riso di Palermo, è stata curatrice della Fondazione Golinelli di Bologna, oltre che ideatrice di numerosi progetti, come quelli della Fondazione Prada di Milano e del MAXXI di Roma), si può immaginare quale sarà il taglio programmatico che la Perrella intende dare al Pecci che, tuttavia, è lei stessa a raccontarci in questa intervista cosa accadrà dal prossimo autunno con la nuova stagione espositiva.

Maria Letizia Paiato Credo si possa dire che il Pecci è un po’ la tua casa. All’inizio degli anni Novanta, infatti, frequentasti proprio qui uno dei primi corsi di formazione in Italia dedicati ai giovani curatori. Che effetto fa ritornarci da Direttrice?

Cristiana Perrella Prato è cambiata moltissimo da quando vi ho frequentato la scuola curatori e così il Centro Pecci. Quella che era una città ricca ma forse anche un po’ seduta e chiusa sulla sua prosperità è diventata – passando attraverso una grande crisi economica e sociale – una città laboratorio, aperta all’innovazione, al cambiamento. Una città con molte energie e molte tensioni, con una gran voglia di trovare idee e modelli di sviluppo sperimentali per incanalare al meglio le prime e superare le seconde. Basti pensare al nuovo piano operativo che ne cambierà l’assetto urbanistico. Il museo è parte integrante di questo processo di trasformazione e vive in pieno le potenzialità e le difficoltà di una situazione così sfidante. Rispetto al Pecci che avevo conosciuto, quello di oggi non solo è molto più grande, per spazi e collezione, ma soprattutto è un luogo che riflette molto di più le contraddizioni e gli stimoli del presente. Un luogo decisamente interessante dove lavorare.

MLP Negli anni al Pecci si sono avvicendate direzioni con visioni anche molto diverse fra loro. A volte si sono viste situazioni importanti, in altre occasioni le proposte sono state meno convincenti, facendo sì che il Museo vivesse stagioni altalenanti. Secondo te quali sono i problemi in cui incorre un Museo come il Pecci? Manca forse nel nostro Paese una concreta cultura del contemporaneo intorno alla quale agire? In tale caso, come costruirla o ricostruirla? Di conseguenza, di cosa ha bisogno il Pecci per essere un reale volano del contemporaneo in Italia? bastano 3 anni per costruire qualcosa di duraturo e riconoscibile?

CP Il Pecci ha riflesso, naturalmente, le vicende di Prato, il passaggio da un’economia prospera e un’identità basate fortemente su un’industria tessile fatta da aziende familiari, di cui il museo era fiore all’occhiello, alla situazione attuale molto più complessa, connessa a dinamiche socio-economiche globali, meno legata alle grandi famiglie e più alle scelte politiche, all’intervento pubblico. Una trasformazione che ha visto cambiare premesse e obiettivi sui quali il museo era nato. Con il rischio di tardare a capire che la cultura non è un abbellimento ma che ha una funzione sociale. Questo spiega in parte le stagioni altalenanti, i vuoti, momenti in cui non si è ritenuto di investire su un museo d’alto profilo. Un’altra spiegazione viene da una dinamica tipicamente italiana, che è la difficoltà a progettare la cultura su tempi lunghi, e con le risorse adeguate. Un museo dovrebbe avere almeno un terzo del suo budget destinato alla programmazione e alla produzione culturale, e questo non avviene quasi mai, e dovrebbe poter contare su fondi certi per un arco di tempo ben superiore all’anno, altra cosa che non succede. La scelta di chi guida un’istituzione è importante ma non è tanto la durata dell’incarico di un direttore ( 3 anni, 6 anni) a fare la differenza. La differenza la fa il respiro della politica culturale che sostiene il museo, che deve essere ampio, profondo e capace di assicurare tenuta, stabilità, qualità costante anche con l’avvicendarsi delle persone.

MLPCome intendi relazionarti col territorio, con la città di Prato, le sue gallerie ma anche il suo tessuto economico-industriale? È importante e ha senso farlo?

CP Certo che è importante, un museo deve esprimere il territorio in cui si trova, deve essere al centro di una rete ricchissima di contatti, con le altre istituzioni culturali, con l’università, con l’associazionismo, con le imprese. E il tessuto economico e produttivo deve sostenere il museo, perché significa che ne riconosce la funzione, la necessità e anche l’utilità per sé, come volano di progresso culturale, sociale e anche economico.

MLP «[…] Un museo non può essere statico, deve essere sempre in movimento e andare verso gli artisti: bisogna che individui che cosa è la creazione oggi, quali sono le cose comuni all’interno di una generazione, qual è la caratteristica della creatività in ogni momento e giungere a formulare una teoria […]» (Lucia Spadano, intervista ad Amnon Barzel, in «Segno» n.76, giugno 1988). Ogni volta che si parla del Pecci mi viene spontaneo pensare a queste parole di Barzel che dopo trent’anni mi sembrano scritte ieri. Cosa ne pensi? E credi il Museo debba trovare una connessione con le nuove generazioni di artisti?

CP Amnon Barzel è stato un grande direttore per il Pecci, con intuizioni ancora oggi valide, basti pensare alla scuola per giovani curatori che ho frequentato, da lui voluta – la prima in Italia e tra le primissime in Europa – in un momento in cui il ruolo del curatore era ai primi passi. La connessione con le nuove generazioni, non solo di artisti ma di curatori, teorici, musicisti, coreografi, scrittori, è qualcosa che un museo non deve mai perdere, è ciò che assicura di essere sempre sintonizzati con le forze sismiche che cambiano il mondo, che un museo deve captare tempestivamente,  decifrare e ri-trasmettere.  Il Pecci da questo punto di vista ha anche la fortuna di poter contare su uno staff molto giovane, e molto preparato.

MLP In questo momento è ancora in corso la mostra di Mark Wallinger, dopo cosa ci attende? Puoi darci qualche anticipazione sul tuo programma?

CP A giugno il museo festeggerà il suo trentennale, un momento importante per ripensare alla storia e all’identità del Centro Pecci. Abbiamo pensato di affrontarlo attraverso un’analisi anche critica del suo percorso, che racconti in più tappe cosa il museo è stato e cosa avrebbe potuto essere.  Nel fine settimana tra il 22 e il 24  giugno (che coincide con la data in cui il museo inaugurò nel 1988, con la mostra Europe Now) abbiamo organizzato una serie di eventi sia dentro che fuori i confini del Pecci, a significare la necessità di allargare il raggio d’azione a un territorio che include le periferie ma anche Firenze, segnando una pertinenza vasta, che coincide con la realtà di un’unica area metropolitana, come quella che oggi unisce Prato a Pistoia e a Firenze, appunto. Il 22 inizieremo con la performance di Rainer Ganahl al Macrolottozero, la Chinatown pratese, realizzata in collaborazione con il Comune e con una serie di realtà locali del settore creativo, sociale e produttivo. Il 24 ci sarà l’installazione di un nuovo lavoro di Loris Cecchini sulla facciata di un edificio del centro storico di Firenze, che prelude a quella di un’altra sua opera, acquisita dal Comune a Prato a settembre. In mezzo, sabato 23, avremo una giornata di incontri al Pecci, una sorta di maratona in cui si passeranno il microfono fino a tarda sera artisti, critici, scrittori che racconteranno il loro punto di vista sulla storia del museo. La giornata del 23 culminerà con un concerto e un dj-set che segnano la riapertura dell’anfiteatro del Pecci, sede in passato di un intenso e importante programma musicale, che faremo ripartire con il Pecci Summer Live, un programma che porterà a Prato musicisti del calibro di Mulatu Astatke, dei Calexico, di Paolo Angeli e Iosonouncane.  Tutto questo come preludio alla mostra che a fine settembre raccoglierà il nostro lavoro di ricerca sugli archivi del Pecci, fatto con metodologia innovativa di analisi di flussi di dati in collaborazione con il Dipartimento di Statistica  del PIN, il polo universitario di Prato e la grafica Sarah De Bondt.  A una timeline sui trent’anni del museo saranno accostate immagini generate dall’analisi dei dati e opere dalla collezione, con un focus su un nucleo particolarmente significativo di lavori, quello che ci viene dal comodato della Collezione Grassi. Un modo speriamo coinvolgente e diverso di riportare l’attenzione sul DNA del museo, di richiamare alla memoria quello che il Pecci ha rappresentato in questi trent’anni per la scena contemporanea italiana, pronti a partire per le sfide offerte dal prossimo futuro.