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The Great Hug, di derive e approdi, di braccia e soluzioni

Se di questo mondo, che un po’ pare stanco, nonostante continuamente violento, qualcosa da raccontare è rimasto, la sua lenta dissoluzione, per la meta di un nuovo e identico ciclo, costruisce un’atmosfera scenica (che è quella che stiamo vivendo, chiamandola contemporaneità) in cui il desiderio di abbracciare approdi ha quasi una malinconica tenerezza intorno. E l’abbraccio, nel suo incastro, è un momento, nel tempo, che ritaglia qualcosa di maggiormente definito rispetto alle derive, donando unità aggiunta a qualcosa di tanto ben vivibile da non voler ritornare nel flusso dei ticchettii: i quali, onomatopeicamente, sono forbici che, tranciando, dividono. Far qualcosa?

Come sempre, sì, dall’arte giunge la risposta. Che non è imposizione di regole da eseguire, ma elemento di solitaria riflessione (di distrazione, se ti va) per silenti occasioni.

Dati questi ingredienti, la semplice forma: un’altura sul Mar Mediterraneo; le anime di donne e uomini in viaggio che esso tiene nei fondali, insieme ai frammenti dei barconi; un giovane artista; la sua intuizione. Ed ecco che ne viene fuori una scultura di sei metri, antropomorfa, con le braccia rivolte al sud del mondo… Ancora: stanco e violento, in lenta dissoluzione.

“Il luogo mi ha ispirato un’opera che fosse non soltanto siciliana, ma che potesse abbracciare lo spazio del mare, luogo di incontro fra genti e culture diverse”, afferma Sergio Barbàra, artista palermitano. “Il punto sopraelevato inoltre mi ha indirizzato verso qualcosa di monumentale, perché era mia intenzione attrarre lo sguardo dei bagnanti, dei turisti, cioè di coloro che sono distratti rispetto a certe tematiche. La forma insolita doveva trainare un significato attualissimo e di per sé pesante da digerire, specie in quei luoghi dove ci si reca per dimenticare i problemi della quotidianeità”.

“The Great Hug”, installato presso il Parco White Wall di Realmonte, ideato da Giuseppe Alletto, è un gigante smagrito, vestito di stracci e buoni sentimenti. Vedetta dell’orizzonte, carezzato dal vento, con la sua presenza silenziosa suggerisce un metodo semplice per risolvere, con le parole di Barbàra, “periodi di crisi e problemi travisati. Il gesto che compie Hug è del tutto simile a quello del Cristo Pantocratore delle chiese normanne in stile bizantino, per esempio il Duomo di Monreale: così come esso abbraccia il catino absidale e quindi l’universo, il gigante distende i suoi arti per comprendere l’umanità nella sua diversità. L’abbraccio è stato disegnato per abbracciare idealmente un enorme disco solare, simbolo di unità e tensione trascendentale”.

Sergio Barbàra, The Great Hug

Parco Museo White Wall, Realmonte (Ag)

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