Alessandra Santarsiere. Alma

Classe 1997, potentina, storica dell’arte formata a Matera, Alessandra Santarsiere firma un lavoro d’esordio già consapevole della propria grammatica visiva. La mostra, inaugurata il 2 aprile e curata da Fiorella R. Fiore, si colloca dentro un territorio delicato. È quello in cui l’immagine non documenta, ma rielabora il reale fino a trasformarlo in esperienza interiore. Le icone in mostra – spesso costruite in bianco e nero, attraversate da una luce rarefatta, sospesa – nascono dall’intreccio tra vita privata, lavoro sul campo e attraversamento del paesaggio lucano. Ma soprattutto da una scelta di linguaggio che sottrarre la fotografia alla funzione di testimonianza per restituirla a una dimensione di ascolto.

Alessandra Santarsiere

«Il mio intento è lasciare testimonianze del territorio che non scivolino nel puro realismo informativo, dove il dato oggettivo diventa un’architettura di appunti di memoria e di intimità» afferma Santarsiere. È in questa dichiarazione che si chiarisce la natura del progetto: una Basilicata osservata dall’interno, non rappresentata dall’esterno. La curatrice Fiore individua nel progetto una scrittura per frammenti, definendo le immagini «appunti di memoria» che sono capaci di trattenere «la fragranza più autentica delle cose». Lo sguardo dell’autrice si muove infatti con un approccio quasi etnografico, ma privo di distanza scientifica. Quello che osserva viene immediatamente riassorbito in una dimensione sensibile, dove il reale si apre a una percezione ampliata.

La formazione di Santarsiere incide sulla struttura del suo lavoro. L’immagine non è mai intuitiva o casuale, ma costruita come dispositivo critico. Ogni fotografia sembra interrogare la possibilità stessa della rappresentazione, dichiarandone insieme il limite e la potenza. In questo percorso è centrale il riferimento a Mario Cresci, che l’artista indica come figura formativa decisiva: «Mi ha permesso di unire il rigore dell’indagine antropologica a un’esigenza interiore molto forte». Da questa eredità deriva una tensione costante tra osservazione del reale e sua trasfigurazione, tra documento e memoria. L’effetto espositivo è che la Basilicata, nelle immagini di Alma, non si presenta come sfondo identitario né come scenario estetizzato. È un corpo in trasformazione, attraversato da pratiche quotidiane, stratificazioni culturali, tensioni generazionali. «Non tratto il paesaggio come un oggetto da fotografare – spiega Santarsiere – ma come uno spazio da abitare intimamente, essendo nata e cresciuta in questa terra». Tale dimensione biografica non è accessoria, ma strutturale. Le fotografie dell’artista nascono infatti da una costellazione di esperienze: momenti privati, attività professionali come la fotografia di scena per il documentario Il respiro della terra, e attraversamenti del patrimonio lucano materiale e immateriale, dal Carnevale di Satriano alla Foresta che cammina, fino alle installazioni contemporanee presenti sul territorio. Eppure, nessuno di questi elementi si traduce in reportage. «Ho cercato di raccontare una Basilicata che pulsa – aggiunge Santarsiere – unendo la mia vita privata alle trasformazioni culturali della mia generazione». Il dato sociale entra nell’immagine solo dopo essere stato filtrato, sedimentato, rielaborato in chiave percettiva.

Il cuore del lavoro della fotografa lucana si gioca sul frammento. Dettagli minimi, variazioni di luce, superfici apparentemente marginali che diventano accessi narrativi. «Mi soffermo sui frammenti perché è lì che la meraviglia del momento può trasformarsi in sospensione» spiega l’autrice. È una fotografia che rallenta il tempo, che lo rende permeabile. In più la curatrice Fiore sottolinea come «queste immagini siano in grado di attivare una percezione sinestetica, suggerendo non solo ciò che si vede, ma ciò che si potrebbe sentire. È una qualità che sposta la fotografia dal campo della rappresentazione a quello dell’esperienza». L’allestimento cementa questa direzione attraverso una costruzione per contrasti – interno ed esterno, luce e ombra, inspirazione ed espirazione – che richiama esplicitamente una sensibilità cinematografica. Il riferimento al cinema, da Bergman a suggestioni più contemporanee, diventa un ulteriore livello di lettura del lavoro. La mostra si chiude con una stanza immersiva realizzata grazie alla collaborazione tra OpenSound Basilicata e Bitmovies, che amplia il dispositivo fotografico in una dimensione sonora e ambientale. Qui l’immagine smette di essere superficie e diventa spazio attraversabile, restituendo quel «brulichio di vita» che la curatrice individua come nucleo pulsante dell’intero progetto.

Il sostegno istituzionale della Provincia di Potenza, attraverso il presidente Christian Giordano e la struttura culturale guidata da Enrico Spera e Vincenzo Mitro, inserisce la mostra in una più ampia strategia di valorizzazione dei giovani artisti locali. Ma Alma non si esaurisce in questa cornice: il suo interesse risiede proprio nel tentativo di ridefinire lo sguardo sulla Basilicata, sottraendolo a letture consolidate e restituendolo alla complessità del presente. «Valorizzare il territorio significa restare in ascolto – afferma Santarsiere -, fino a percepire attraverso le immagini anche un suono o un odore». È in questa tensione sensoriale che la fotografia smette di essere immagine e diventa relazione. «Alma», che rimanda all’idea di anima ma anche a una stratificazione di significati e riferimenti, è infine un esercizio di sguardo: non definisce, ma apre. E nel farlo restituisce alla Basilicata una possibilità rara, quella di essere osservata dall’interno del proprio movimento.

La mostra è visitabile fino al 30 aprile, con ingresso libero: lunedì-venerdì 9-13; martedì e giovedì anche 15-17.

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Alessandra Santarsiere. Alma

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