L’assunto secondo cui la pittura sia morta, ci viene propinato ormai da duecento anni. Si dice, con una certa disinvoltura, che abbia esaurito la propria forza vitale, soffocata dall’urgenza del digitale e dall’ossessione per il nuovo. Basta attraversare le sale di Everything is possible presso la Galleria Mondoromulo per smentire questa dichiarazione, dove la pittura – la quale la fa da padrona – non è reliquia di un mondo passato ma campo di battaglia, non è memoria ma possibilità di reinvenzione. L’inesauribilità di questo linguaggio viene dimostrato, in questa collettiva, dalle ricerche degli artisti in mostra: Marina Buratti, Nicolas Crocetti, Lorenza Iacobini, Filippo Maestroni, Salvatore Palazzo, Laura Pedizzi, Elisa Pietrelli, Davide Prevosto, Vega Flux, Ewa Walkowska. A completare il progetto, i testi critici di Francesco Creta, Francesca Pergreffi e Dario Molinaro.

Everything is possible arriva alla sua terza edizione, modificando i suoi parametri di ricerca: questa volta sono stati gli artisti a cercare la galleria e non il contrario. Proponendosi come un premio, dove la vittoria è la rappresentanza dell’artista vincitore da parte della galleria, la vera vincita è per gli spettatori: conoscere qualcosa di nuovo. I dieci artisti selezionati da una giuria formata da curatori e artisti già operanti all’interno della galleria sono, infatti, lontani dai circuiti ufficiali e dalle vetrine consolidate; questi artisti non chiedono legittimazione ma sguardo: ed è proprio qui che risiede la vera novità – nella possibilità, per spettatori e collezionisti, di farsi esploratori, di intercettare il nuovo prima che diventi sistema, puntando davvero l’obiettivo della camera sugli artisti, dar loro voce e la giusta risonanza. Si eliminano gli orpelli del sistema che decentralizzano questa figura, confermando Mondoromulo come spazio di scouting e incubatore di talento. Ed è proprio questa la filosofia che è alla base della galleria Mondoromulo, la quale si pone come galleria di ricerca: investire su talenti locali ed emergenti, anche se questo comporta dei rischi e delle scelte che possono apparire impopolari, perché implica l’imboccare strade che sembrano impossibili, solo perché pochi hanno il coraggio di intraprenderle. Come dichiara il gallerista Flavio Romualdo Garofano: «è più facile farlo qui, in una dimensione piccola, lontano dai ritmi della grande città, dove tutto è possibile». È questa, come ci ricorda Francesco Creta nel suo testo critico, una forma di micro-resistenza dove il puntare sulla ricerca e su nomi non ancora noti, dà la possibilità di avere uno spaccato significativo su ciò che accade fuori dai circuiti ed è questo l’unico modo per sopravvivere nelle aree interne e muoversi davvero nel margine.

Il margine che diventa centro narrativo è il protagonista indiscusso dell’opera Neobrigantaggio #2 (2024) dell’artista Lorenza Iacobini. Il brigante – figura storica del margine e della resistenza – viene trasfigurato in chiave contemporanea: colori accesi, silhouette quasi illustrativa, sfondo metropolitano, dando vita ad una figura ibrida dove il passato non è citazione, ma materiale da riattivare attraverso interrogativi sul concetto stesso di identità territoriale.
Di dimensione più familiare sono invece le opere di Salvatore Palazzo e Vega Flux.
Gli acquerelli della serie Gli dei bruciano di Salvatore Palazzo immergono lo spettatore in un universo intimo, quasi sospeso, dove il tempo si cristallizza nell’esatto istante in cui le sue case vanno in fiamme. I suoi acquerelli indagano su un intimo disagio che da personale diventa universale, sviluppandosi tutto su un gioco di opposti: l’acqua della tecnica pittorica e il fuoco delle fiamme; il contesto orizzontale e il fuoco verticale; colori caldi e colori freddi; interni che ardono ed esterni quasi ghiacciati.
Vega Flux – pseudonimo di Chiara Panunzio – indaga, invece, come il tempo si sedimenta e si materializza nell’immagine, attraverso processi di accumulo, trasformazione ed errore. Mediante l’incisione e la pittura attiva un confronto diretto con la superficie, intesa come materia viva che risponde, condiziona e guida lo sviluppo dell’opera. L’opera Fox Terrier (2023) si stagna in quella fase di “pulitura” dell’opera che ha caratterizzato gli esordi dell’artista. La figura umana – mai scelta a caso – e gli animali sono l’impulso primordiale della ricerca di Vega Flux, ricordando che nella natura è possibile trovare qualsiasi forma di ispirazione. I ritratti di John Coltrane e Alice Coltrane (2025) non sono semplici omaggi iconografici, ma vere e proprie trasposizioni pittoriche di una tensione spirituale. Il volto non è trattato come dato realistico, ma come superficie vibrante: il colore – verde acido, rosso saturo – diventa campo energetico, quasi sonoro. La pittura assorbe la dimensione musicale del jazz e la traduce in materia cromatica, in stratificazione, in intensità emotiva.
Ciò che è possibile notare è che, in Everything is Possible, la figurazione non è semplice ritorno all’immagine, ma la pittura diventa uno spazio di riattivazione simbolica al fine di costruire nuovi miti, nuove allegorie, nuove possibilità di lettura del presente.
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