Federica Limongelli – Human Landscapes

Entrare in uno studio di architettura per vedere una mostra di paesaggi potrebbe sembrare un cortocircuito semantico. Eppure, è proprio lì – tra tavoli da disegno, progetti e linee tracciate per abitare lo spazio – che il paesaggio di Federica Limongelli trova una nuova dimensione, un nuovo modo di abitarlo. Accade da Lamina Studio, a Salerno, laboratorio fondato nel 2018 dall’architetto Mirella Dovinola e dall’ingegnere Nadia Iannicelli che, dal 2025 ha aperto le sue porte alla contaminazione, facendo abitare i suoi spazi da artiste che espongono nella raccolta Prima nave curata da Valerio Falcone. In uno studio che nasce per dare forma all’abitare, il paesaggio di Federica Limongelli diventa esperienza intima dove il corpo, inatteso, si fa architettura primaria. Lo stesso nome dello studio, Lamina – ossia sottile – ricorda la delicatezza e sottigliezza degli acquerelli inchiostrati dell’artista.

Entrando nello spazio, è impossibile non notare come i due linguaggi – quello dell’architettura e quello pittorico – si integrino tra di loro: pur parlando idiomi differenti, si completano. La prima parete frontale che si presenta allo sguardo appena varcata la soglia offre una panoramica di frammenti dei lavori dello studio architettonico; al loro interno si insinuano presenze altre, come melodie visive: sono gli acquerelli che raffigurano i paesaggi di Federica Limongelli. Nella prima sala emergono i temi cardine della ricerca dell’artista, che attraversano tutte le stanze di Lamina: gli acquerelli, gli human landscapes e questi “paesaggi umani” declinati in formato video.

La ricerca di Limongelli verte sulla scissione della nostra identità avvenuta con l’avvento del digitale. Anche accantonando le teorie distopiche alla Black Mirror, tale dualismo è talmente tangibile che possiamo toccarla ogni giorno con mano nella nostra quotidianità: ciò che mostriamo nel mondo digitale – si pensi ai social, ad esempio – non sempre corrisponde completamente alla nostra versione reale o meglio, la versione digitale tende ad eliminare il più possibile le nostre imperfezioni, regalando, al pubblico che ci osserva, la versione migliore di noi. In questa mostra, la ricerca portata avanti dall’artista, si amplia, toccando anche riflessioni sul corpo e sulla natura, senza mai accantonare quella visione digitale che superare il reale. Opere come Human Landscape 5.0 (2024), Human Landscape 4.0 (2024), Human Landscape 1.1 (2022) si allineano in questa prospettiva, dove il riflesso di questi volti – o sue porzioni – si rispecchia in quel che potrebbe sembrare uno specchio d’acqua, restituendo una visione del volto che ricorda delle montagne o comunque dei paesaggi, gli stessi paesaggi rappresentati in opere come Human Landscape 1.0 (2022), Human Landscape 4.1 (2024), in un continuo slittamento tra carne e territorio, tra identità e orizzonte. Come scrive Massimo Sgroi – autore e critico d’arte – nel foglio di sala: «La relazione che esiste fra i volti paesaggio ed i landscapes elettronici di Federica Limongelli risolve il problema della fine del reale; essi sintetizzano la nuova forma della visione del mondo attraverso l’eccesso simbolico dell’iperreale». E così, tra progetti architettonici e superfici d’acqua immaginate, il volto si dissolve in geografia e la geografia si fa pelle. Il paesaggio non è più soltanto qualcosa che si osserva: è qualcosa che ci attraversa. In queste stanze, l’umano non si limita ad abitare lo spazio, ma diventa esso stesso spazio — fragile, mutevole, sottile come una lamina d’acqua che trattiene il riflesso prima di lasciarlo andare.

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