La “scrittura dipinta” di Chiara Capobianco

Partiamo dal presente. Hai da pochissimo inaugurato al Mattatoio di Roma la tua ultima personale. Com’è nato questo progetto?

Ho presentato il mio progetto all’Azienda Speciale Palaexpo, che ha creduto nell’idea e mi ha dato il supporto necessario per realizzarlo. Era da anni che cercavo un’occasione del genere, uno spazio in cui poter mostrare davvero chi sono senza mediazioni. L’ho aspettata a lungo, insistendo anche un po’, perché sentivo il bisogno di far emergere tutto senza filtri e senza commissioni nel mezzo. Volevo che le persone potessero percepire, anche solo per un momento, chi sono davvero, sia come artista sia come persona.

La metamorfosi è il “fil rouge” della rassegna, anzi la sua “architettura”. Come si articola l’impianto concettuale e spaziale della mostra?

La metamorfosi per me non è un concetto astratto. È qualcosa che ho attraversato sulla pelle ed è nata prima come paura che come idea. La prima grande sfida è stata lo spazio: un corridoio lungo 75 metri con lo stesso ingresso e la stessa uscita. Mi spaventava l’idea che entrando si potesse vedere tutto subito, perché la metamorfosi ha bisogno di tempo, di passaggi, di attese.
Ho deciso allora di interrompere quella linearità guardando verso l’alto, alle strutture in ferro, immaginando elementi che scendessero a dividere lo spazio e a creare stanze dentro un corridoio. È stato un gesto istintivo, quasi necessario, per affermare che non si può comprendere tutto immediatamente, bisogna attraversarlo. Sono arrivati poi i teli di cotone, tagliati ad arco per ammorbidire e alleggerire l’ambiente, richiamando i porticati della zona, l’ex Mattatoio, la Città dell’Altra Economia e più in generale Roma, così da far entrare il fuori dentro.
Dopo anni di lavori su commissione mi sono resa conto che questa volta volevo raccontare me stessa attraverso i materiali. Ogni stanza ha un materiale diverso, come un capitolo della mia crescita: dalla carta fragile dell’infanzia ai disegni più narrativi dell’adolescenza, fino al legno, alle sculture, alla street art e alla tela finale. È come se avessi disposto tutte le versioni di me in sequenza, non per archiviarle ma per mostrarle in trasformazione. Abbiamo suddiviso lo spazio in sette capitoli, da quando ero bambina a oggi. L’architettura della mostra è, in fondo, l’architettura della mia trasformazione.

La mostra è a tua cura, in collaborazione con Michele Citro. Come vi siete divisi il lavoro?

Michele è stata la prima persona a cui ho pensato. Mi sento profondamente capita da lui e nutro una stima enorme nei suoi confronti. Quando sei un’artista che immagina mille cose contemporaneamente è fondamentale avere accanto qualcuno capace di contenere quell’energia senza soffocarla.
Lui ha saputo darmi struttura e prospettiva quando io vedevo solo immagini sovrapposte. Questa mostra è a mia cura anche perché, quando ho carta bianca, mi viene naturale entrare nella dimensione curatoriale. Non riesco a pensare all’opera come oggetto isolato ma come parte di un sistema, di un racconto più ampio. Il lavoro non è stato diviso in modo rigido. È stato un dialogo continuo: io portavo intuizioni e materiali, lui restituiva ordine e parole. È stato uno scambio onesto e prezioso.

C’è qualche opera o soluzione espositiva che ti ha particolarmente soddisfatto e su cui vorresti soffermarti?

È difficile scegliere un’opera sola, perché ogni volta che qualcosa mi soddisfa nascono subito nuove possibilità. È quasi un limite, ma è anche il motore di tutto.
Per la prima volta posso dire di aver superato le mie aspettative sull’allestimento. Più che un singolo lavoro, mi ha colpito il modo in cui lo spazio è diventato tridimensionale. Ho capito che voglio lavorare sempre di più sulla terza dimensione, non solo come scultura ma come esperienza fisica. Voglio che il corpo entri nel lavoro.
Sono molto felice anche del successo che ha avuto il fatto che io dipinga direttamente all’interno della mostra. È evidente che le persone cerchino un rapporto con l’artista che vada oltre il filtro dell’opera. Vogliono vedere il gesto, il tempo, la presenza. Questo me lo ha insegnato la street art, dove il dialogo è immediato e reale, ed è una delle cose che amo di più del mio lavoro: la possibilità di creare un legame diretto e umano.
Allo stesso tempo sento un desiderio forte di dipingere nei non-luoghi, negli spazi di passaggio e nelle architetture apparentemente neutre ma cariche di memoria. Amo il dialogo tra arte e architettura e tutto ciò che è interattivo in modo semplice, non urlato. Questa mostra mi ha dato la conferma di quella direzione.

Dalla dimensione raccolta del Mattatoio al murale a Catania per la Banca d’Italia. Come hai affrontato quel progetto?

Quando ricevo una commissione studio tutto: la storia del luogo, dell’ente, i simboli esistenti. A Catania, per esempio, il Liotru di Piazza Duomo è un elemento identitario fortissimo. Dopo la fase di ricerca immagino uno scorcio di vita, una scena possibile.
Non mi interessa imporre qualcosa, ma entrare in dialogo. Lavoro sempre insieme al mio compagno Lorenzo Torda: siamo una squadra e realizziamo tutto manualmente. Catania è stata un’esperienza lunga e intensa, ma profondamente formativa. Quella città incarna stratificazione, ironia, luce e ombra insieme. Mi sono sentita parte di un racconto più grande.

Spesso si associa la street art all’immediatezza. Nel tuo caso sembra esserci una costruzione molto precisa. Come nasce un tuo lavoro?

Ho un rapporto complesso con la street art. La adoro ma non mi appartiene l’idea dell’immediatezza impulsiva. Sono lenta e metodica.
Nel mio lavoro convivono due modalità. Una è geometrica, costruita su una griglia di 5×5 millimetri che mi permette di organizzare lo spazio e moltiplicare le relazioni tra i personaggi. L’altra è più fluida, libera dalla griglia, dove il gesto diventa centrale.
Parto quasi sempre dal bianco e nero. Il colore arriva dopo, quando struttura ed equilibrio sono definiti. Anche un muro pubblico, per me, ha bisogno di grammatica. La libertà esiste, ma è costruita.

Chi sono i maestri della tua “scrittura dipinta”?

I miei riferimenti spaziano molto. Leonardo da Vinci per l’approccio mentale che unisce arte e scienza. Chagall per la dimensione onirica. Picasso per la capacità di reinventarsi. Il Bauhaus per il rigore progettuale. Mies van der Rohe per la tensione all’essenziale. Capogrossi e Rothko per la forza del segno e del silenzio. Bruno Munari, su cui ho scritto la tesi allo IED, per l’intelligenza del gioco e del metodo.
Credo che la mia scrittura dipinta nasca proprio da questo attraversamento: trovare la mia lingua passando anche attraverso quelle degli altri.

Recentemente sei stata ricevuta al Quirinale. Che significato ha avuto per te?

Il Presidente Sergio Mattarella mi ha invitata al Quirinale l’8 marzo 2024 per la Giornata della Donna e il 9 maggio mi è stato conferito il titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti sociali. È stato un momento surreale.
All’inizio non ho compreso fino in fondo il significato di quel riconoscimento. Poi ho capito che non era un premio ma una responsabilità. Oggi sento il dovere di usare il mio lavoro e la mia voce per generare, anche in minima parte, un impatto positivo. Questa consapevolezza mi intimorisce ma mi dà energia.

A cosa ti stai dedicando ora?

Sto dipingendo direttamente all’interno della mostra, per rendere concreta la metamorfosi e per essere presente. È un modo per restare umana e visibile, per creare un dialogo diretto con chi entra.
Poi mi prenderò una pausa, perché ne ho bisogno. E per il resto sono scaramantica: preferisco lasciare spazio alla sorpresa

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