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Open studio, la Valle degli artisti

Nel corso del lungo diciannovesimo secolo, mentre i sentimenti artistici si spaccavano tendendo in direzioni opposte, cioè verso la concretezza fenomenologica e verso la magia simbolica, la tradizione pittorica meridionale di fine ottocento, ereditando un gusto sorto tra le “corti” di Napoli e Palermo, e pur facendo proprie le libertà espressive dei grandi movimenti a loro vicini, annoverava la natura, la luce che la vivifica e la maestria tecnica -insomma soltanto questi tre elementi- bastevoli alla ricerca del bello; più di qualsiasi altro concetto (aggiunto successivamente).

Certo, i temi e l’abilità di tali maestri non durarono molto. Morti loro, e chiusi i primi decenni del Novecento, infatti, ciò che era “forma” divenne innanzitutto provocazione, e molto presto nostalgia; e con essa andò all’oblio, cioè alla “differenziata”, anche il canonico linguaggio della verosimiglianza, che subì innumerevoli riforme in passato, tuttavia non ricevendo il giusto credito.

Erano cambiati i tempi, sì, e soprattutto era cambiato il modo di “fare”: il gusto, ormai lontano dal suo compito, diventava strumento di potere della politica laica, o di quei poteri che hanno dato costituzione al sistema così come lo conosciamo, da cui giustamente pretendiamo una funzionalità coerente alle porzioni di salario che versiamo, imbarazzandoci quando rimaniamo affogati al suo interno; dall’altro canto, i nuovi mecenate, più che un ideale, preferirono dimostrare se stessi e la superbia di cui erano amanti.

Di raccontini in merito al grande disegno malefico volto alla decomposizione dell’arte ne abbiamo le enciclopedie piene, volendo saperle leggere (e se ciò è ritenuta un’illazione, invito alla documentazione del testo di Frances Stonor Saunders, intitolato “Who Paid the Piper?”, fattomi conoscere da un amico).

Rimane questa domanda, che in molti, nel vasto universo del contemporaneo, composto da seria gente e da seria gentaglia, ma anche da tanto circo, recitano a mo’ di mantra (appositamente… poiché, a pronunciarla, impazzirebbero): se il colonialismo economico non avesse invaso (e soppiantato) l’intuizione artistica, oggi che arte (e mondo) avremmo?

Tra gli anni cinquanta e sessanta ad Agrigento, la cui vita culturale marginale, in quella occasione specifica, sarebbe da sottolineare quale esempio virtuoso di localismo, durante i giorni di una sagra cittadina incentrata sui delicati fiori del mandorlo, che ogni anno sfidano per primi l’ultimo e algido vento invernale (tanto per polemizzare: i mandorli in commercio di oggi sono una “variante” di poco valore nutritivo rispetto a quelli di cui dovremmo gloriarci), gli enti turistici organizzavano un concorso pittorico con intenzioni precise: ricordare la tradizione meridionale passata, della quale si accennava all’inizio; tradurre in arte gli “ambienti” appena carezzati dalla primavera; promuovere -erano anni di Guerra Fredda- la concordia tra i popoli.

Quest’anno -ed è da ammirare-, in controtendenza alle innovazioni di un’aria di festa cittadina ormai consolidata (la storia ci insegna che, spesso, i mutamenti causano disastri… sic!), la Soprintendenza di Agrigento, in collaborazione con il Parco Valle dei Templi, e la direzione della soprintendente di Agrigento, ha promosso il passato. E nonostante i frutti del progetto necessitino di un organico affinamento (nulla di strano, segno “umano”), secondo un giudizio personale ha vinto. Anzi, l’evento va ripetuto.

La formula di “Open Studio” è stata pressoché identica a quella del concorso pittorico del secolo scorso, ma ampliata nella struttura e in analogia alle esigenze dei linguaggi contemporanei (sarebbe stato inutile il contrario). Otto gli artisti, provenienti da luoghi differenti, in residenza per circa una settimana in luoghi storici; ai quali è stato affidato un compito, ovvero lavorare immersi in un’atmosfera magnetica.

Le opere in mostra, che faranno da spinta alla formazione di un museo di arte contemporanea in città (attualmente mancante, e che vanta la tenacia di alcuni agrigentini, i quali, in sfida donchisciottesca, in passato desiderarono partorirlo), hanno ricevuto la curatela di Rita Ferlisi, della quale ho ammirato l’eleganza professionale nel dirigere, su uno stesso piano, la pluralità dei linguaggi, proponendoli per ciò che sono: cioè una ricchezza, e leggo del “mediterraneo” in questo, i cui ingredienti, per fortuna, non amalgamavano, ma rispettavano il tratto illustrativo di Tommaso Chiappa, le visioni utopiche di Michele Ciacciofera, l’aridità e fertilità siciliana di Juan Esperanza, la ricercatezza essenziale di Alessandro Librio, le fragilità condensate di Marilina Marchica, il romanticismo dei luoghi di Rossana Taormina, la pulizia della fusaggine di Giuseppe Vassallo, l’ironia sapiente di Vlady.

Soltanto un appunto, doveroso. Vi è ultimamente la diffusione di certe immagini della Sicilia che stridono con la realtà dei fatti, offrendo un’isola in cartapesta, simpatica e dolciastra. Se dovessimo fare un accostamento tra certi recenti saggi di giornalisti parvenu, i quali possiedono la tecnica zen per salvarla, tra certe fiction andate in onda nelle reti tv di Stato, che poco hanno anche nella sceneggiatura originaria, tra certa cronaca illustrata dai giornali, sempre più rosa e meno fedele, e infine le opere degli artisti, probabilmente noteremmo parecchie discrepanze.

Essi, seppure sia conscio della ristrettezza geografica e temporale in cui hanno operato, rispondenti al loro compito (e sulle opere rifletto, e nient’altro, poiché valgono la coscienza di una esperienza) hanno raccontato un’isola diversa. Magari i contenuti non erano satiricamente pregnanti, cattivamente pungenti (avrei voluto vedere, in sala, un “tollo” di fronte un Lojacono o un Mirabella!), ma sono stati onesti, disincrostando sobriamente, in qualche modo, la patina di cenere che dal ’92 a oggi, sull’isola, è rimasta la stessa. Questo non piace, lo so: perché ha dentro il dolore. Non le idiozie che divertono tanto le mascelle grasse.

 

Dario Orphée La Mendola

 

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