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Phenomena di Giuditta R. allo studio d’arte Cocco

Nel suo Hexaemeron il filosofo Roberto Grossatesta, della scuola di Oxford, afferma in toni agostiniani che la luce è forma prima di ogni ente, e che tutto ciò che esiste è un genere di luce (aliquod genus lucis).

Tale intuizione, e questa è una lettura del tutto personale, è il frutto di una speculazione teologico-filosofica tenuta dai neoplatonici prima, e dagli arabi poi, in uno dei contesti culturali più dinamici che l’umanità abbia mai conosciuto. Speculazione che Clemens Baeumker definì con il nome di “Metafisica della luce”.

Oggi, con toni meno poetici e infreddoliti dalla rigorosità delle scienze, affermiamo che la luce, in virtù degli studi di James Clerk Maxwell e le scoperte della meccanica quantistica, possiede -lo sanno ormai anche i gatti- una doppia natura: ondulatoria e corpuscolare.

Discorso a parte, come sempre, l’arte. Sì, perché lì la luce è tutto e niente. Accoglie, dà materia e senso al tempo; permette di osservare, ma non si lascia catturare se non attraverso espedienti tecnici ai quali gli artisti ricercatori (leggiamo nella letteratura di riferimento) spesso dedicano l’intera loro vita, fino a precipitare in un abisso – ebbè, non è un caso – tenebroso.

E poiché le tenebre son state citate, con un filo di cromato divertissement cambio temporaneamente argomento. Durante un pranzo tenuto tra operatori dell’arte dal pittore Francesco Trovato, nel quale era presente l’artista Rosario Genovese, una curatrice e un critico regalarono un cuore (un cuore vero!) al proprietario di casa, e mi fu offerta l’occasione di osservare per la prima volta le opere di Giuditta R.

Chissà perché, tuttavia sfogliando il catalogo fu proprio a Grossatesta e alla fisica contemporanea che il mio pensiero andò. Perché tra quei tratti di chiaroscuro e quelle “microluminosità” della Giuditta in questione, l’ironia sull’analisi del non visibile era ossimoricamente chiara. (Mi spiego. È al dolore, è alla speranza, è all’incertezza che Giuditta si riferisce nelle sue opere? Oppure, spero, non ho capito nulla?)

Se di certo vago in riflessioni eccessivamente distaccate dalla realtà dei fatti, cedo allora il passo a chi meglio di me, in merito a Giuditta, racconta le vicende più “intime” (in modo artistico, ci mancherebbe). Poiché della disegnatrice ne hanno curato le opere, mettendole in mostra presso lo studio d’arte Cocco, a Messina.

 

«In atmosfere sospese fra le migliori soundtracks di film horror e il suono elettronico di band sulla scia dei Daft Punk -scrive creativamente la curatrice e critica d’arte Laura Faranda -, il suo desiderio di impressionare, stupire, è un viaggio nel suo inconscio tra fantasmi di ieri e di oggi che lei schernisce. Un viaggio che sembra rivelarsi come un edificio dismesso, rispetto alla sua funzione originaria e di evidente suggestione, che emette un grido di protesta e di ricerca, ma anche di attenzione, valorizzazione, speranza. Un grido che è desiderio di evoluzione e evoluzioni, ancora una volta di “fenomeni”. Un grido che pare racchiudersi tutto nello “sbrilluccichio” (quasi sempre unico elemento di colore) appena accennato su scarpette da bambina, fiocchi o papillon e nella farfalla, elementi onnipresenti nelle opere di Giuditta».

 

Di tono solenne è invece il critico Mosè Previti: «Tagliatrice di teste di successo, imperscrutabile, con una testa bambola di donna e una vera di uomo. Fuori dal tempo storico, l’artista lavora al suo teatro di pupi e pupette, dove lo spettatore arriva come un ospite da mettere alla prova, da interrogare, da incastrare di fronte a uno spettacolo di spietata umanità. La sua satira intrigante e il grottesco sembrano fantastici, irreali, e non ci viene affatto in mente che potrebbero parlare di noi, del nostro essere bambini coi denti rotti, schiantati nell’attimo dello specchio, nello sguardo dell’altro e in quello dell’artista in particolare».

 

Ecco, i bambini. Chi ricorda che luce avevamo da bambini? O quale luce attraevamo? Eravamo il riflesso, ho sentito dire…

 

“Phenomena” di Giuditta R.

a cura di Laura Faranda e Mosè Previti

Studio d’Arte COCCO Arte Contemporanea 

via Francesco Todaro n. 22, Messina.

Inaugurazione 22 dicembre 2018

visitabile fino al 13 Gennaio 2019

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Dario Orphée La Mendola

Nato ad Agrigento. Maturità scientifica. Laurea magistrale in filosofia. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione presso l'Accademia di Belle Arti di Agrigento e Progettazione delle professionalità presso l'Accademia di Belle Arti di Catania. Critico e curatore indipendente. Collabora con numerose riviste, scrivendo di arte, estetica, filosofia della natura e filosofia dell'agricoltura. Si sta occupando dello studio del sentimento, di gnoseologia dell'arte, estetica della natura e scienze naturali.