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RE.USE – lo scarto e l’oggetto per Valerio Dehò

Fra le mostre più interessanti del 2018-2019 è certamente da annoverare RE.USE SCARTI, OGGETTI ED ECOLOGIA NELL’ARTE CONTEMPORANEA che, allestita in diversi luoghi della città di Treviso, tocca uno degli argomenti più affascinanti della storia dell’arte. Della mostra abbiamo già ampiamente parlato (Sul n.270 di Segno è l’articolo a firma di Stefano Volpano e online trovate un approfondimento al seguente link: re-use-scarti-oggetti-ecologia-nellarte-contemporanea), tuttavia, ci è sembrato opportuno dialogare direttamente con il curatore Valerio Dehò, per sviscerare ancora di più alcuni nodi che legano la storia dell’oggetto alla contemporaneità. Pertanto, nelle risposte che seguono, non solo si evince il taglio curatoriale dato alla mostra ma anche i fondamentali presupposti critici e teorici sui quali essa si struttura.

Maria Letizia Paiato. La poetica dell’oggetto – se così si vuole definirla – è un argomento noto e da più parti richiamato dalla critica a raccontare le variegate esperienze del secolo breve. Tuttavia, questo progetto di mostra si configura come un’originale e inedita lettura del Novecento che tiene insieme per la prima volta i concetti di scarto, oggetto ed ecologia nell’arte contemporanea.

Valerio Dehò. Infatti, la mostra propone una lettura del Novecento in chiave di rapporti tra gli oggetti e gli esseri umani. Quanto siamo legati a questi particolari compagni di viaggi, quanta simbolicità vi è nella loro scelta e nel farli diventare parti di noi stessi? Poi Gli oggetti quando diventano “cose” assumono un valore particolare, molto più personale, lo vediamo con i teddy bear che sono dei veri e propri animali totemici per il mondo moderno. Inoltre gli oggetti hanno sempre più acquisito il valore di merci, la produzione capitalista è fondata sull’eccesso di produzione e quindi sullo scarto, sulla spazzatura.

MLP. Come hai avuto questa intuizione? Pensi che la congrua distanza nel tempo da specifici movimenti e accadimenti possa aiutare a una lettura più corretta delle esperienze artistiche del Novecento? Perlopiù percepite come singoli e assestanti fenomeni? Intendo dire che finora, ad esempio, mentre il concetto di riuso funziona per esperienze legate ai nuovi realismi, non ho mai pensato all’Arte Povera in tali termini. Puoi spiegare meglio questo passaggio? O non sarà forse una forzatura in alcuni momenti?

V.D. Per l’Arte Povera è un’esperienza forse più marginale, ma la sostanza non cambia. La poetica del ready made è dominante spesso dall’insalata di Anselmo agli scovolini di Pascali. Gli oggetti più o meno modificati, ci sono sempre, i materiali vengono usati per parlare da soli. Nell’opera di Kounellis la giacca è quella di Lucio Amelio. Ho tracciato solo una linea, ho scelto le opere per consonanze e affinità. Poi ogni artista appartiene solo a se stesso. I famosi gruppi post anni sessanta sono delle invenzioni dei critici che da quegli anni in avanti hanno avuto uno strapotere sul mondo dell’arte in genere meritato. È nata prima la gallina dell’uovo. Il critico creativo e anche affarista, manager  e ideologo è durato poco. Ma ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Gli oggetti per le neo-avanguardie sono già storia, tradizione, citazione.

MLP. Se intendiamo il tema dello scarto e dell’oggetto, come trasversale a raccontare il Novecento, perché la scelta di strutturare la mostra secondo un criterio storico-filologico e cronologico?

V.D. Perché alle storie si crede più facilmente. Non si può pretendere troppo dal pubblico, soprattutto quando si è dentro strutture museali e in città che non hanno consuetudine con l’arte contemporanea.

MLP. Il percorso si chiude sfiorando i nostri giorni. Credi che il tema da te toccato sarà una categoria valida per molto tempo o potrebbe essere, paradossalmente, un concetto già superato?

V.D. Non può essere superato perché il nostro rapporto con gli oggetti è fondato antropologicamente. Quello con le merci è legato al capitalismo. Sono dei rapporti che non cambiano, sono strutturali sia nel senso della psicologia del profondo che in quello della produzione economica. Sono categorie che possono trasformarsi ma non scomparire.

MLPQuindi, come collocare talune esperienze di ritorno alla pittura – in termini di tradizione, di “fare”, se vogliamo – peculiari a molti artisti emergenti?

V.D. La pittura è una forma di resistenza. Lo è sempre stata e continuerà ad esserlo. È il desiderio di appartenere ad un’origine. Di tornare ab ovo. La pittura non è mai morta e non c’è motivo di preoccuparsi di una sua scomparsa. È necessaria. Tra gli artisti emergenti si sente questa esigenza, dipingere è un gesto personale, proprio, riscatta l’individualità, crea separazione con il mondo, dà quella solitudine in cui diventa possibile cercare la propria identità.

RE.USE SCARTI, OGGETTI ED ECOLOGIA NELL’ARTE CONTEMPORANEA

a cura di VALERIO DEHÒ

Fino al 10 febbraio 2019

Info:

RE.USE