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WHITE ENTROPY: Jacopo Di Cera in mostra a Milano Malpensa

Jacopo Di Cera porta all’Aeroporto di Milano Malpensa la sua nuova mostra personale, intitolata White Entropy, più precisamente nello spazio espositivo PhotoSquare dedicato alla fotografia situato nel Terminal 1 dell’aeroporto, gestito da SEA – Milan Airports. Un contesto simbolico, un luogo attraversato quotidianamente da migliaia, milioni di viaggiatori. Che divengono partecipanti di una piattaforma culturale capace di attivare riflessioni e sguardi in quello che è stato un vero e proprio snodo cruciale di queste olimpiadi trionfali per l’Italia (sia dal punto di vista sportivo per il Team Italia che per Milano, che ha saputo sfruttare un’occasione unica).

La mostra si articola in due anime complementari, una fotografica e un’altra installativa. La prima si sviluppa in quattro nuclei tematici che costruiscono un percorso non lineare, quasi schematico nella sua progressione. Si parte da immagini di natura incontaminata, montagne maestose che appaiono ancora intatte, ma già percorse da segnali sottili di vulnerabilità. Segue una seconda fase in cui l’intervento umano si palesa come limitato, rispettoso; e poi una terza, in cui la presenza dell’uomo diventa più invasiva, maggiormente insistente; infine la montagna notturna, solcata da tagli di luce, fiaccolate di Capodanno, linee artificiali che incidono il buio con un effetto visivo dirompente.

Lontano da qualsiasi celebrazione retorica dell’evento sportivo, White Entropy nasce come riflessione sulla montagna intesa non solo come scenario agonistico, piuttosto come ecosistema fragile, luogo di connessioni profonde tra essere umano e territorio. Dal 2015, Jacopo Di Cera si concentra su un punto di vista rinnovato, vola sull’Italia e adotta uno sguardo zenitale, verticale, capace di porre ogni elemento sullo stesso piano. Una democratizzazione dello sguardo che annulla gerarchie e restituisce una visione orizzontale delle relazioni, siano esse umane o ambientali. Dall’alto, l’uomo si inscrive e non domina, si muove in uno spazio limitato, però immenso. Al centro la fragilità tra rapporto umano e natura, non una denuncia in senso stretto anche se alcune immagini in mostra sembrerebbero indicare l’opposto. È il caso di quelle fotografie che toccano – tastano con delicatezza –  il tema dell’overtourism: centinaia di ombre in pausa pranzo, tutte in piedi sulla neve, o distese di sci abbandonati mentre i proprietari si dedicano all’après-ski. In un altro scatto, automobili d’epoca sfilano in una winter race tra i pendii innevati. Non c’è giudizio, né condanna. Piuttosto una constatazione, un dado poliedrico che mostra le molteplici modalità con cui da decenni viviamo la montagna. Sport, intrattenimento, meditazione, consumo.

La domanda che White Entropy vuole porci resta sospesa e personale: come ci sentiamo guardando queste immagini? Il modo in cui abbiamo trattato e trattiamo ancora oggi la montagna è quello giusto per rapportarci con lei o ci mette a disagio? È qui che il concetto di entropia entra in gioco. In fisica, l’entropia misura il grado di disordine di un sistema, indicando l’accelerazione verso uno stato altro, irreversibile. Jacopo Di Cera assume questa nozione come chiave di lettura del presente: ciò che stiamo facendo alla montagna la sta conducendo verso una trasformazione che è già in atto, una traiettoria documentata. Per il precedente progetto RETREAT, presentato ad Art Dubai, l’artista aveva studiato dati scientifici sul ritiro del ghiacciaio della Brenva, sul massiccio del Monte Bianco. Un arretramento sempre più accelerato, una perdita progressiva e inesorabile. White Entropy non è un atto d’accusa, né un manifesto ideologico, ma invita ad accogliere l’entropia, a riconoscere che il disordine in atto è una verità con cui dobbiamo confrontarci. L’arte, in questo modo, diventa spazio di attrito, superficie da attraversare con cautela.

E forse, uscendo dall’aeroporto, dopo aver calpestato inconsapevolmente un ghiacciaio che si consuma sotto i nostri passi, la montagna non apparirà più come prima. L’area installativa di White Entropy traduce infatti questa presa di consapevolezza in esperienza fisica. L’opera site specific di Jacopo Di Cera presentata a Milano Malpensa riproduce l’immagine di un ghiacciaio – ancora una volta  la Brenva – stampata su un materiale particolare, sviluppato dall’artista con il suo stampatore. L’immagine è collocata a terra e invita lo spettatore a calpestarla. Non si distrugge immediatamente, anzi, si deteriora lentamente, passo dopo passo. Più persone la attraversano, più l’immagine si consuma. Il gesto è semplice, quasi inevitabile in uno spazio di transito come un aeroporto, e indica che ogni passaggio lascia una traccia. Il progetto dialoga idealmente con RETREAT, installazione digitale composta da quaranta monitor riciclati che mostravano in loop acqua sorgiva e ghiaccio che si sgretola, accompagnati dal suono reale del ghiacciaio mentre si frantuma.

La scelta di Malpensa, in definitiva, si rivela vincente e permetterà a White Entropy di essere visitata ancora da milioni e milioni di avventori da tutto il mondo, fino alla sua chiusura prevista per il 31 marzo 2026. Nell’area denominata Porta di Milano – che letteralmente apre le porte della città a chi vi giunge –  transitano ogni anno tra gli otto e i nove milioni di persone. Si tratta certamente da una fruizione diversa da quella museale, più distratta ma anche più vasta, capace di intercettare un pubblico eterogeneo e internazionale. In questo crocevia globale, il tema della montagna – tanto caro al Comitato Olimpico Internazionale – assume una risonanza ulteriore, mettendo in risalto un organismo vulnerabile che abitiamo da millenni il quale, osservato dall’alto,  domina chi lo vive, chi lo attraversa, chi lo abita anche solo per qualche ora. E che dobbiamo cercare di tutelare ad ogni costo se vogliamo che continui a regalarci esperienze come le Olimpiadi ma anche solo apres-ski e passeggiate che rinfrancano la mente e lo spirito.

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