Oggi ci indigniamo per l’assenza di artisti italiani alla Biennale di Venezia, il palcoscenico mondiale che dovrebbe consacrarli. Ma davvero il problema nasce oggi? O stiamo pagando decenni di disattenzione strategica?
L’Italia ha plasmato la storia dell’arte contemporanea e influenzato artisti in tutto il mondo. Eppure ancora molti nostri maestri restano sottovalutati, mentre artisti stranieri cresciuti grazie all’Italia raggiungono quotazioni stellari. Non è questione di talento: è questione di sistema.
L’arte non vive di sola qualità. Vive di: visione istituzionale, politiche fiscali intelligenti, reti internazionali, investimenti continuativi e promozione mediatica. In Italia, tutto questo è episodico. Manca una regia nazionale. Manca una strategia per difendere e valorizzare gli artisti italiani nel mondo.
Ad esempio, la Sicilia ha un patrimonio culturale unico, ma fatica a creare un sistema efficiente. Eppure esistono realtà eccellenti: Collezione Valsecchi a Palazzo Butera, sta per aprire Hauser & Wirth a Palazzo Forcella De Seta, da anni opera la Fondazione Sicilia, l’Osservatorio MUSEUM a Bagheria e il Museo di Gibellina. Mancano però le connessioni e una politica culturale strutturata. La cultura non può essere solo corollario: deve essere leva economica.
L’arte italiana non è penalizzata dal mondo, ma dall’assenza di un sistema-Paese. Non abbiamo difeso i nostri artisti nei mercati globali, perché non abbiamo creduto che l’arte fosse un asset strategico capace di generare sviluppo.
Eppure la Sicilia potrebbe diventare il cuore mediterraneo dell’arte contemporanea: non più un evento stagionale, ma un centro vivo, produttivo e riconosciuto.
Non è più tempo di lamentele. È tempo di decisioni. Se l’Italia ospita la Biennale più importante del mondo ma non valorizza i propri artisti, il problema non è estetico: è politico.
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